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Se Fido sta male, la padrona va in permesso

Una dipendente della Pubblica amministrazione ha ottenuto il permesso per "gravi motivi personali o di famiglia" per assistere il cane malato. La vicenda fa discutere, ecco perché.


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La cagnolina di casa sta male: la faccenda è grave e urgente, la padrona si assenta dal lavoro e corre dal veterinario. Ma non chiede ferie, chiede un permesso, come se il cane fosse umano. E la vicenda diventa un caso.  

 L’ amministrazione dell’ Università la Sapienza di Roma, presso cui la signora lavora, computa quei due giorni di assenza come ferie. La signora, che vive sola e non aveva a chi delegare la cura del cane, non ci sta, chiede assistenza alla Lav e contesta il fatto che non le sia stato riconosciuto il permesso retribuito per gravi motivi. Chi l’ assiste trova l’ appiglio giuridico nella legge 189 del 2004 che considera reato il maltrattamento degli animali: alla signora viene consigliato di far valere le proprie ragioni facendo leva sull’ argomentazione secondo cui, se non avesse assistito il cane, sarebbe incorsa nel reato di maltrattamenti. Alla fine l’ Amministrazione dell’ università accorda il permesso, riconoscendo come valida l’ argomentazione e i relativi certificati comprovanti.

Il caso è stato da più parti salutato come un “precedente di civiltà", un passo avanti verso il considerare l’ animale domestico come, per citare alcuni militanti, «parte della famiglia», anche se sarebbe il caso di andare cauti con le “equiparazioni”. Al dì là delle questioni morali (fino a che punto possiamo umanizzare gli animali? Di cosa parliamo quando parliamo di famiglia?) e di sensibilità individuale (quanto rappresenta l’ animale per chi non ha altra compagnia?), la questione e la discussione sull’ estendere il precedente creato dal singolo caso a “sistema” pongono un problema grande e delicato. Quanti e quali diritti individuali siamo in condizioni di affermare e rivendicare prima che il nostro Stato sociale, economicante in sofferenza, vada in cortocircuito?

La coperta della sostenibilità economica dei diritti è sempre più corta: viviamo tempi in cui la generazione dei figli vede erodere, soprattutto nel lavoro, i diritti conquistati e acquisiti dai padri, in un conflitto generazionale che non ha precedenti nel secondo Dopoguerra. Ogni volta che rivendichiamo un diritto che ha un costo – anche questo indirettamente ne ha uno, chi è assente va sostituito per non comprimere il servizio -, non possiamo dimenticare che stiamo tirando un lembo della coperta (corta e poco elastica) da una parte e che un’ altra parte a seguito di quel tiro si scoprirà. Occorre non dimenticare, anche da parte di chiede leggi ad hoc, che i diritti quando confliggono vanno bilanciati e che nel bilanciamento non tutti “pesano” allo stesso modo.

Quel nocciolo duro di «gravi motivi» cui il caso fa riferimento è stato una complicata conquista, (per molto tempo non scontata e tuttora negata a chi ha posizioni precarie) da tenere con i denti perché vive a salvaguardia della salute delle persone che lavorano e dei loro familiari. In quei motivi sono compresi: il lutto familiare, gli esami diagnostici, il ricovero di un bambino, di un genitore, la nascita di un figlio.

In tempi in cui si dibatte e si combatte, non sempre vincendo, per la salvaguardia dello Stato sociale minacciato dalla crisi economica, occore fare attenzione (da parte di chi chiede, ma anche da parte di chi cerca consenso politico) alle priorità: se mai la coperta si dovesse strappare c’ è il rischio che all’ avanzare oggi di un diritto riconosciuto a favore della cura di un animale domestico possa retrocedere domani un diritto delle persone, perché le risorse non sono sufficienti a coprire tutto.

Non si tratta di venir meno al rispetto e alla cura dovuta agli animali di cui siamo responsabili, ma di stabilire priorità, compresa quella di decidere che sia il caso di sacrificare liberamente al loro amore un giorno di ferie anziché rivendicare (come singoli e come collettività) il diritto a un permesso pensato per altro: per le persone, tra l'altro non ancora tutte tutelate.

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