Sciopero, non basta la parola

La giornata di mobilitazione europea contro l'austerità e la precarietà non ha dato i risultati previsti. Ecco le ragioni.

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Un'occasione perduta, tra divisioni e violenze? Questa è la conclusione che comincia a farsi strada dopo il primo sciopero transnazionale europeo che ieri ha portato decine di migliaia di persone nelle piazze di 23 Paesi su iniziativa della Confederazione europea dei sindacati.


Questa è la didascalia della giornata. Se si prova ad approfondire, però, la fotografia si scompone in una serie di immagini più difficili da coordinare. La partecipazione, per esempio: alta nell'Europa del Sud (Italia, Portogallo, Spagna...), assai più contenuta in quella del Nord, a partire dalla Germania. Come dire: i problemi sono comuni, ma poi ognuno li affronta a modo suo e, soprattutto, in proporzione allo stato di salute del proprio portafogli.

E poi la vaghezza della chiamata. Battersi contro "la precarietà e l'insicurezza sociale", come proposto dagli organizzatori è come battersi contro la pioggia e per il bel tempo. Sono anni tremendi per molti milioni di persone in tutta Europa. Ma in tutta Europa, di nuovo, si ha la sensazione che le politiche fin qui applicate (a livello di Unione Europea come di Stati nazionali) abbiano poche alternative.

Basta guardare alla situazione italiana. Il Governo Monti è criticatissimo, e certo qualche volta a ragione. Ma sapreste indicare una proposta alternativa e credibile alla cosiddetta "politica dei sacrifici"? Ce l'hanno i partiti? I sindacati? Gli intellettuali? Gli industriali? Qui non si tratta di mettere o no la patrimoniale, di aumentare o no l'Iva. Si tratta di decidere che cosa bisogna fare del Paese. A quel livello, almeno finora, sono stati tutti ben lieti di lasciar fare ai disprezzati e crudeli "tecnici". Ed è così un po' dappertutto, in Europa. Un solo esempio: Mariano Rajoy, il premier della Spagna, è sommerso dalle critiche. Ma quando gli spagnoli sono andati a votare in Galizia, nell'ottobre scorso, ha vinto ancora lui.

E poi, tornando allo sciopero europeo, ci sono state le violenze. Su questo occorre esser chiari: hanno punteggiato le manifestazioni in Italia, Spagna e Portogallo (assai meno del temuto in Grecia), ma con i sindacati non hanno nulla a che vedere. Da quando la crisi ha cominciato a mordere, nel 2008, ci sono (inevitabilmente, dovremmo forse aggiungere) frange più ciniche o disperate che approfittano di ogni occasione. La manifestazione degli studenti o il Treno ad Alta Velocità, la causa non importa, conta solo poter volgere in disordini di piazza qualunque protesta. E' successo anche ieri, succederà ancora.

Da questo punto di vista è, paradossalmente, più grave l'indifferenza alla giornata di moltissimi cittadini. Non perché si sia obbligati a scioperare ma perché la partecipazione è un valore da salvaguardare. L'idea che i nostri Paesi siano popolati da masse di persone così oppresse dai problemi e dalla necessità da sentirsi impegnate solo a "tirare a campare", ci dà la dimensione vera, e più angosciante, della crisi.






Un'immagine dello sciopero scattata a Milano (Ansa).
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