«Sballo» da morire, emergenza droghe sintetiche

Si diffonde con estrema facilità tra i giovani e anche tra gli adolescenti il consumo di allucinogeni, anfetamine e droghe sintetiche come l’ ecstasy. Un fenomeno in continuo aumento.

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«Ho dovuto farmi forza per telefonare alla mamma di Lamberto e farle sentire che la mia città è vicina al suo dolore. Glielo dovevo, ma non è stato facile». È scossa e anche arrabbiata Renata Tosi, sindaco di Riccione. «Non tollero più che si sottovaluti il problema», continua decisa, «di fronte a una tragedia così immensa ognuno deve assumersi le proprie responsabilità, le Istituzioni, ma anche gli imprenditori del divertimento. Riccione non può essere la città dello sballo». Il giro di vite lo ha annunciato subito dopo la morte di Lamberto Lucaccioni, il giovane di Città di Castello che si è accasciato sulla pista del Cocoricò, una delle discoteche più famose della riviera romagnola. Più controlli, più illuminazione, più informazione.

In realtà il titolare del Cocoricò, Fabrizio de Meis, ha dichiarato in conferenza stampa che il locale spende già 150 mila euro l’ anno in sicurezza. Ci sono stati dei precedenti. Un giovane di 19 anni morto nel 2004 per una dose di ecstasy, uno di 18 che nel 2011 si è salvato con un trapianto di fegato. Anche Lamberto è stato soccorso immediatamente dal 118. Lui è morto, i suoi due amici sono stati interrogati solo il giorno dopo, perché in stato confusionale. Tutti vittime di questo maledetto sballo. Agognato, preparato, sottovalutato.

Fenomeno in espansione

Nessuno si illude che risolvere il problema sarà semplice, perché il fenomeno, purtroppo, è in espansione. Il caso di Lamberto è tragicamente esemplare. Sedici anni, secondo anno di liceo classico, bravo a scuola, figlio di un’ ottima famiglia. Era in vacanza con due coetanei e alloggiava presso i genitori di uno di loro, a Pinarella di Cervia, una delle spiagge più tranquille della costa. Ma la dose di ecstasy liquida che l’ ha ucciso l’ aveva comprata a Città di Castello, prima di partire, da uno studente appena due anni più grande di lui, che frequentava il suo stesso liceo e che adesso piange lacrime da bambino. Erano amici, per questo i tre ragazzi l’ avevano avuta a credito. Si erano dati appuntamento a Riccione, saldando il conto prima di entrare in discoteca, con i 250 euro racimolati probabilmente mettendo insieme le rispettive paghette. Poi i tre amici hanno sciolto la droga in una bottiglietta d’ acqua e l’ hanno bevuta, mentre erano ancora in coda. «Abbiamo bevuto la stessa roba, dovevo morire io», ha detto il pusher diciottenne.

«L’ estrema facilità con cui si trovano queste sostanze è uno degli aspetti più allarmanti del fenomeno», spiega Carmine Petio, psichiatra tossicologo del Policlinico Sant’ Orsola di Bologna, «l’ altro dato è il progressivo abbassamento dell’ età di chi finisce al Pronto Soccorso per aver assunto alcool o sostanze. Più spesso entrambe le cose». Assumono di tutto, i ragazzi. Pasticche, nuove droghe preparate in improbabili laboratori sotto forma di incenso o di colla da francobolli. Ultimamente va di moda una pillola azzurra con la F di Facebook, che viene dall’ Ungheria e contiene anche oppiacei. Chi le cerca le trova. Su Internet, o attraverso il giro degli amici.

«Spesso queste sostanze sono assunte con alcool», continua Petio, «non solo in discoteca, ma anche in banali feste private. Molto spesso arrivano in ospedale ragazzini alla loro prima uscita. Ultimamente anche dopo aver ingerito semplicemente degli antidepressivi, magari trovati nell’ armadietto dei medicinali dei genitori. Non parlo di ragazzi problematici, ma “normali”. Purtroppo non percepiscono il pericolo, vivono tutto questo in modo inconsapevole, in preda a un senso di emulazione che fa venire meno il senso del rischio».

Facile capire il senso di impotenza delle famiglie con figli in età. E’ sufficiente controllarli, dare loro pochi soldi in tasca, tenere d’ occhio le compagnie? “A 16 anni i ragazzi non possono vivere solo in famiglia, hanno bisogno anche di trasgredire, ma nel bene”, spiega Giovanni Ramonda, responsabile della Papa Giovanni XXIII di Rimini, tre figli naturali e altri nove adottati. L’ associazione dice no a qualunque forma di liberalizzazione delle droghe, “perché la norma fa cultura, e tutte le dipendenze tolgono libertà alla persona e rappresentano un peso per la famiglia e per la società”.

Le norme e i controlli però non bastano. “La cultura dello sballo è una cultura della morte”, continua, “i giovani devono essere coinvolti in progetti propositivi, coraggiosi. E’ lontana da noi l’ idea di colpevolizzare i genitori. Anche nelle famiglie migliori i nostri ragazzi sono fragili e manipolabili. Purtroppo”.

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