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«I migranti non siano un capro espiatorio. Il consenso costruito sulle paure non giova»

Il discorso alla Città dell’ Arcivescovo di Milano per la festa di Sant’ Ambrogio: «Dobbiamo essere più realisti e ragionevoli e meno arrabbiati. Per una visione comune del futuro torniamo al metodo della Costituzione»


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I migranti non sono «un capro espiatorio», né «l’ unico problema urgente» delle nostre città. La ricerca del consenso politico tutta giocata sull’ emotività e sulle «paure, i pregiudizi, le ingenuità e le reazioni passionali non giova al bene dei cittadini e non favorisce la partecipazione democratica». La politica, come arte del confronto e del governo, non può ridursi a una guerra furibonda tra opposti schieramenti ma, pur nella differenza di vedute, occorre «sedersi allo stesso tavolo per costruire insieme il proprio futuro» mettendo in pratica il metodo utilizzato dai padri costituenti nel secondo Dopoguerra per arrivare a scrivere la Costituzione, la quale non può essere ridotta a «un documento da commemorare» ma deve suggerire «un metodo di lavoro che vale anche per noi».

È un discorso spiccatamente “politico”, da defensor civitatis, quello che l’ arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, rivolge alla Città e alla diocesi in occasione della festa di Sant’ Ambrogio. L’ invito che risuona nella Basilica è quello di schivare, da parte dei cittadini e delle istituzioni, atteggiamenti emotivi, fare «una lettura realistica di questo tempo» e individuare le priorità più urgenti: «Si dovrà evitare», sottolinea subito Delpini, «di ridurci a cercare un capro espiatorio: talora, per esempio, il fenomeno delle migrazioni e la presenza dei migranti, rifugiati, profughi invadono discorsi e fatti di cronaca, fino a dare l’ impressione che siano l’ unico problema urgente». L’ Arcivescovo dice che non è così ed elenca quali sono i problemi più urgenti: «La crisi demografica che sembra condannare la popolazione italiana a un inesorabile e insostenibile invecchiamento. La povertà di prospettive per i giovani che scoraggia progetti di futuro e induce molti a trasgressioni pericolose e a penose dipendenze. Le problematiche del lavoro per adulti e giovani. La solitudine il più delle volte disabitata degli anziani».

«Le spaccature che dividono sono ardue da ricomporre»

L’ Arcivescovo invita a pensare e a ragionare per individuare e risolvere i problemi partendo da un metodo condiviso e avverte che «il consenso costruito con un’ eccessiva stimolazione dell’ emotività dove si ingigantiscano paure, pregiudizi, ingenuità, reazioni passionali non giova al bene dei cittadini e non favorisce la partecipazione democratica». Riconosce che nelle terre ambrosiane c’ è già, quasi innata, «una profonda diffidenza  per ogni fanatismo» e «un naturale scetticismo per ogni proposta di ricette che promettono rapida e facile soluzione per problemi complicati e difficili». Anche perché, è il ragionamento di Delpini, quando si soffia troppo sul fuoco si va incontro al disastro: «Le spaccature che dividono», scandisce, «sono ardue da ricomporre, le offese che feriscono sono dure da guarire, le informazioni scorrette che squalificano sono difficili da rettificare».

In prima fila ad ascoltarlo ci sono le massime istituzioni: il sindaco di Milano, Giuseppe Sala. Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. Il prefetto Renato Saccone, arrivato in città lo scorso ottobre.

«La cultura "post-moderna" esalta lo slogan gridato e deprime il pensiero riflessivo»

Delpini ricorda che il contributo dei cristiani e della Chiesa è quello di pensare e contribuire a un pensiero meno emotivo e più ragionevole e razionale per elaborare una visione del bene comune: «Si può forse dire», spiega Delpini, «che la “cultura post-moderna”, esalta l’ emozione, lo slogan gridato, stuzzica la suscettibilità e deprime il pensiero riflessivo».

Monsignor Delpini invita i cittadini quando chiedono un servizio ad abbandonare «un pregiudiziale atteggiamento di discredito verso le istituzioni e in particolare verso i servizi pubblici» come se ciascuno si ritenesse «criterio del bene e del male, del diritto e del torto: quello che io sento è indiscutibile, quello che io voglio è insindacabile».

«La tecnologia non può sostituire la responsabilità di pensare e l'onere di scegliere»

L’ Arcivescovo invita anche a snellire le «procedure esasperanti» che hanno reso l’ Italia «da “patria del diritto”» a «condominio di azzeccagarbugli litigiosi». Chiede di insistere «in quei percorsi di semplificazione che sono spesso enunciati e promessi per rendere più facile essere buoni cittadini, onesti e in regola con la pubblica amministrazione, per favorire l’ intraprendenza di imprenditori e di operatori negli ambiti del servizio ai cittadini e della solidarietà».

Mette in guardia, Delpini, dai rischi della «rivoluzione digitale» odierna, il primo dei quali è quello di «un’ assolutizzazione della tecnologia, come se quest’ ultima potesse sostituire la responsabilità di pensare e l’ onere di scegliere». Il pensare, quindi, rischia di essere soffocato, stretto da tre morse, ugualmente dannose: «la tecnologia globalizzata e la politica localizzata» e «l’ utilitarismo che riduce il valore all’ utile immediato e quantificabile, che si chiami profitto, consenso, indice di gradimento».

«La famiglia risorsa determinante»

Negli elementi di una visione comune per il futuro c’ è anche, per monsignor Delpini, quello di intendere «l’ Europa come convivenza di popoli» riprendendo «le intenzioni originarie» che hanno dato vita alla comunità europea.

Nello sfilacciarsi del tessuto sociale, nelle paure che lo dominano, nella sfiducia che prevale, nelle priorità dei problemi da ridefinire c’ è, conclude Delpini, una «risorsa determinante» che è la famiglia, la quale, sottolinea, «può tenere insieme le età della vita, la cura per il futuro, la pratica della solidarietà, la prossimità alle fragilità e rendere la città un luogo in cui si desiderabile vivere, lavorare, studiare, diventare grandi, essere curati e assistiti».

L’ Arcivescovo invita a riprendere in mano il testo della Costituzione repubblicana perché, dice, capace di «ispirare una visione di società comune a tutti gli abitanti del nostro territorio» e propone di «aprire ogni consiglio comunale con la lettura e il commento di qualche articolo della prima parte della Costituzione».

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