Immagine pezzo principale

Egitto, islamisti alla carica

Il candidato dei Fratelli musulmani Mohamed Morsi è il grande favorito alla presidenza del Paese. Le incognite del rapporto con i cristiani copti: parla padre Samir Khalil Samir.


Pubblicità

L'Egitto attende di sapere chi sarà il suo nuovo presidente, il primo dopo la lunga era Mubarak. Il risultato definitivo sarà annunciato il 21 giugno. Ma, secondo i dati non ancora confermati, il vincitore del ballottaggio del 16 e 17 giugno sarebbe Mohamed Morsi, candidato dei Fratelli musulmani, che l'avrebbe spuntata su Ahmed Shafiq, ex generale ed ex premier durante la presidenza di Mubarak. Intanto, subito prima del voto, la Corte costituzionale egiziana ha decretato lo scioglimento del Parlamento - dominato dagli islamici - per l'incostituzionalità di due leggi-chiave. Solo due giorni prima, il Parlamento aveva votato per la seconda volta i componenti dell'assemblea costituente che dovrebbe scrivere la nuova Costituzione, definendo anche i poteri del nuovo presidente.

Ingegnere di 61 anni, con master e insegnamenti universitari negli Stati Uniti e in Egitto, Mohamed Morsi mira a costruire uno Stato non teocratico, ma che faccia esplicito riferimento alla sharia, la legge coranica. Come parlamentare fra il 2000 e il 2005 ha combattuto la corruzione ed è ricordato in particolare per il suo conservatorismo sociale, ma nel suo programma politico ha inserito l'impegno a promuovere la partecipazione femminile nella sfera pubblica, rimuovendo le varie forme di discriminazione verso le donne. Dal canto loro, i copti hanno scelto in massa Ahmed Shafiq, considerato come unico baluardo della democrazia e dei diritti della minoranza cristiana. 

Se, come i risultati non ufficiali fanno prevedere, vince la linea islamista, cosa accadrà nei rapporti fra musulmani e cristiani in Egitto? A spiegarlo è padre Samir Khalil Samir, gesuita egiziano, uno dei più autorevoli studiosi al mondo di Islamistica, Oriente cristiano e relazioni fra cristiani e musulmani, professore all'Université Saint-Joseph di Beirut (dove ha fondato il Cedrac, Centro di documentazione e ricerche arabo-cristiane) e al Pontificio Istituto Orientale di Roma.

Padre Samir, lei ritiene che il conflitto tra musulmani e copti abbia una radice politica? Cioè che sia stato creato e alimentato per fini politici da chi stava al potere, come molti dicono?
    «Non credo nell'ipotesi che il conflitto sia stato creato solo teoricamente. Ho visto varie tappe nella vita egiziana: prima della rivoluzione del 1952, la convivenza non creava problemi, il cristiano non si sentiva un cittadino di seconda classe; era minoritario, ma non aveva una posizione socio-politica inferiore. Aveva anche tante opportunità di contribuire alla vita sociale, culturale, economica, politica. Con la rivoluzione è nato un atteggiamento anti-occidentale che poteva essere visto che anti-cristiano, per il fatto che il musulmano considera l'Occidente come cristiano. Con le riforme socialiste all'epoca di Nasser, la comunità cristiana è stata economicamente e culturalmente indebolita. Poi è venuta l'ideologia panarabica e con essa sono arrivate le tendenze islamiste sempre più radicali. E l'ideologia dei Fratelli Musulmani si è rinforzata».

Che cosa predicano i Fratelli Musulmani?
    «Il sentimento che i Paesi arabi sono molto in ritardo sul resto del mondo è molto vissuto da noi. La domanda è: come uscire da questa situazione? La risposta, arrivata con i Fratelli Musulmani negli anni '70, è stata: "il motivo è che ci siamo allontanati dall'islam originale". E la soluzione che propongono è: "più praticheremo un islam come quello dei primi secoli più saremo progrediti e forti". I Salafiti vanno oltre: per loro si tratta di tornare alle origini, cioè imitare Maometto e la prima generazione musulmana, incluso fare la guerra agli infedeli, ai nemici di Dio. E' il gihàd, che non vuol dire lotta spirituale, come si ripete in Occidente, bensì lotta sul sentiero di Dio, per difendere la causa di Dio. Nell'uso comune, la parola  gihàd corrisponde al concetto occidentale di "guerra santa". La corrente anti-copta viene da questa ideologia radicale, che pensa che i copti debbano essere soggiogati perché non fanno parte della umma, la nazione islamica, nazione con un significato politico, sociale, culturale e religioso. I cristiani chiedono semplicemente di essere considerati "cittadini" (muwātin), concetto che viene dalla parola watan, che significa "patria": vogliono cioè essere considerati "compatrioti", senza connotazione religiosa. Contro il modello radicale reagisce una parte degli intellettuali: l'università al-Azhar del Cairo, la più famosa del mondo sunnita, in due documenti (uno del 2011, l'altro di gennaio 2012) ha ribadito che il vero islam è moderato ed è la religione del "giusto mezzo"». 

Pensa che da parte dei copti ci sia, viceversa, una forma di intolleranza verso i musulmani?
«L'islam è un progetto integrale e integralista. E i copti, da parte loro, reagiscono in un modo che io non condivido: si ripiegano su se stessi, con l'autoghettizzazione, perché si sentono minacciati dall'onnipresenza dell'islam. E quando si dice onnipresenza non è un'espressione esagerata: è una realtà. La propaganda islamica invade tutto: autobus, taxi, strade, radio, Tv, giornali, esercito, università.... Un vero lavaggio del cervello».

Quanto è decisivo il ruolo delle scuole e dell'istruzione per favorire la conciliazione e il rispetto verso i cristiani in Egitto e nel mondo arabo?
«Le scuole cattoliche sono molto importanti per favorire il dialogo e il rispetto reciproco: i nostri istituti sono aperti a tutti, non solo ai cristiani. Almeno un terzo degli studenti in genere sono musulmani. Le scuole cattoliche d'Alto Egitto, all'inizio, essendo gratuite, erano rivolte ai poveri della comunità; man mano però si sono aperte a tutti e sono finanziate dalla Chiesa cattolica. Lo stesso vale per la sanità e le altre opere sociali. La testimonianza della carità è lo strumento migliore per favorire il rispetto reciproco. Alla violenza si risponde con il servizio e l'amicizia. E la funzione educativa è fondamentale, in un Paese con circa il 40% della popolazione analfabeta».

La Turchia può rappresentare un modello politico?
«Per l'Egitto sì. Non lo è per la Tunisia, che è più laicista. La Turchia offre un islamismo reale ma discreto, pretende di essere uno Stato laico, ma tutti sanno che l'islamismo sta penetrando dappertutto, con una veste tollerante e moderata. Perciò potrà servire d'esempio all'Egitto per un islamismo moderato».

Pensa che, di fronte alla povertà e alla disoccupazione, sarà comunque l'economia a dettare le scelte politiche della popolazione egiziana?

«L'Egitto vuole mangiare, lavorare, sopravvivere: dei 90 milioni di abitanti il 40% (36 milioni circa) vive sotto la soglia di povertà. Le priorità, allora, sono l'economia e il lavoro. I Fratelli Musulmani da un lato fanno promesse, dall'altro usano le opere di assistenza sociale, così la gente ripone fiducia in loro. Ma bisogna vedere cosa succederà quando metteranno mano ai problemi dell'economia. Il loro motto è "l'islam è la soluzione!", motto tanto più convincente in quanto non è mai stato applicato. Ad ogni problema rispondono "l'islam è la soluzione!", ma non dicono mai come. Penso che per motivi di realismo e di rispetto del popolo, se vincono dobbiamo lasciare che prendano il potere. Poi vediamo quale sarà il risultato. Giochiamo al gioco della democrazia, casosami cercheremo di rovesciarli dopo o di correggere la loro linea. Non penso che il loro sistema sia il migliore, ma dobbiamo rispettare il gioco democratico e allo stesso tempo mettere la loro ideologia alla prova».

Immagine articolo
Padre Samir Khalil Samir (Milestone).
Loading

Pubblicità
Iniziative San Paolo