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Romero: un pastore pieno di compassione per il popolo

Parla Roberto Morozzo della Rocca, autore della biografia del vescovo martire (Edizioni San Paolo) che restituisce il volto più genuino di un presule che ha sempre camminato accanto alla sua gente, fedele alla sua missione fino alla fine.


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Abbiamo incontrato Roberto Morozzo della Rocca, docente di Storia contemporanea all’ Università Roma Tre e grande studioso della vita e dell’ opera di Romero, autore del volume Oscar Romero. La biografia (San Paolo, 2015, pp. 280, € 14,90). L’ esperto, chiamato a collaborare al processo di beatificazione del vescovo martire, ci ha offerto uno spaccato autentico del pastore, di colui che si è speso senza sosta per la sua gente.

Professore, chi è il vero Oscar Romero? Quali sono i tratti essenziali della sua figura?
«Oscar Romero era un pastore secondo la tradizione classica della Chiesa, pieno di compassione per il popolo affidatogli. Il suo senso di responsabilità era tale da essere disponibile a dare la vita per fedeltà alla sua missione. E in effetti andò incontro al martirio del tutto cosciente che presto sarebbe stato ucciso. Anche se avrebbe potuto farlo, non voleva abbandonare i suoi fedeli, i suoi poveri, allora preda di violenza e ingiustizia. Era un uomo umile, con un ideale di vita semplice. Ma anche un uomo fermo dinanzi al male e all’ ingiustizia. Da grande predicatore divenne il riferimento del suo Paese nella scena pubblica. Lo si è presentato come un “politico”, in maniera negativa da parte della destra per squalificarlo e giustificare il suo assassinio, e in maniera positiva da parte della sinistra per farne una bandiera rivoluzionaria. In realtà, Romero parlava alto e forte in difesa delle vittime della violenza in forza della sua responsabilità pastorale e non perché volesse occuparsi di politica, della quale ammetteva serenamente di non essere esperto».

Cosa dice la sua figura oggi? Sia agli abitanti di San Salvador sia al resto del mondo?
«A vari decenni dalla morte, la figura di Romero sta nel pantheon ideale delle grandi figure cristiane del XX secolo, accanto a personaggi come Madre Teresa di Calcutta, Charles de Foucauld, Dietrich Bonhoeffer, Albert Schweitzer, Pavel Florenski, Martin Luther King o Giovanni XXIII. Questo perché il vescovo ha vissuto alcune delle beatitudini evangeliche: l’ amore per i poveri, l’ anelito alla giustizia e alla pace, la persecuizione e il martirio. Per l’ America Latina, Romero incarna il Concilio Vaticano II nel suo amore per l’ uomo contemporaneo. La sua morte si spiega anche perché lui ne è un precursore in un ambiente impreparato ad accoglierlo, con rapporti sociali quasi feudali, una cultura della sopraffazione, una Chiesa polarizzata tra clero reazionario e rivoluzionario. Romero è un simbolo del Vaticano II, adempiendo quel richiamo di Giovanni XXIII a essere Chiesa di tutti e particolarmente dei poveri. Viveva sobriamente nelle stanzette del custode di un ospedale per malati terminali, e li visitava regolarmente. Romero non è un modello di intellettuale, di teologo, o di politico, ma di pastore. Se le Nazioni Unite giustamente, e laicamente, lo celebrano ogni 24 marzo come campione di diritti umani, lo si deve alla sua compassione, davvero cristiana, per le vittime della violenza e dell’ ingiustizia».

Leggendo il volume, colpisce l’ episodio in cui Romero “vive” l’ uccisione del gesuita Rutilio Grande. Può spiegare ai nostri lettori che cosa significò per la sua vita e il suo ministero?
«Rutilio Grande era un gesuita salvadoregno, diverso dalla maggioranza dei suoi compagni che venivano dalla Spagna ed erano prevalentemente degli intellettuali. Aveva un amore appassionato, esclusivo, travolgente, per quelle che chiamava le maggioranze povere del suo Paese. Andò a vivere in campagna tra i contadini, si immerse nella loro vita, nella loro religiosità, nei loro problemi. Fu ucciso perché la sua predicazione evangelica scuoteva i contadini dal torpore sociale e indirettamente suscitava rivendicazioni sindacali. Romero era amico di Grande e conosceva il suo amore per il popolo povero. Dinanzi alla sua morte si commosse e pensò che doveva in qualche modo assumere pastoralmente la stessa paternità dei campesinos che esercitava Rutilio. Poiché era arcivescovo della capitale San Salvador, di fatto primate della Chiesa salvadoregna, questa assunzione di responsabilità significò per Romero impegnarsi in un ruolo pubblico di difesa dei poveri, con quella virtù della fortaleza (fortezza) che sentì venirgli da Dio in quelle circostanze».

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