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Dell'Utri, l'accusa chiede 11 anni

Il Procuratore Generale di Palermo ha chiuso oggi la requisitoria, chiedendo un'aggravante di pena. Ora tocca alla difesa.


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11 anni di carcere. Due in più che in primo grado. Questa la pena richiesta dal Procuratore generale di Palermo Nino Gatto per il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri, sotto processo davanti alla Corte d'appello di Palermo per concorso in associazione mafiosa. In primo grado Dell’ Utri era stato condannato a 9 anni.

Si chiude oggi, dunque, con la richiesta di pena la lunga requisitoria del Procuratore generale iniziata a settembre e interrotta per due volte: prima per interrogare il pentito Gaspare Spatuzza, poi per chiedere, senza successo, che venisse sentito anche Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo Vito (la Corte ha respinto l'istanza considerando la testimonianza “non necessaria”). La testimonianza di entrambi era stata chiesta dal Pm in relazione al ruolo di Dell’ Utri come intermediario fra Cosa nostra e Berlusconi, in particolare nel periodo della nascita di Forza Italia e della presunta “trattativa” fra Stato e mafia.

La richiesta di due anni aggiuntivi di pena, secondo la Procura generale, dipenderebbe dal fatto che il quadro accusatorio che ha portato alla condanna di Dell'Utri in primo grado si è aggravato, specie per quanto riferito da Spatuzza sui rapporti del senatore con i boss Graviano e perché «sono emersi ulteriori elementi che provano l'attitudine dell'imputato ad inquinare le prove».

Nella sentenza di primo grado, Marcello Dell’ Utri fu ritenuto colpevole perché il giudice ritenne provata una serie di fatti: che partecipò «personalmente a incontri con esponenti anche di vertice di Cosa Nostra, nel corso dei quali venivano discusse condotte funzionali agli interessi della organizzazione, intrattenendo, inoltre, rapporti continuativi con l’ associazione per delinquere tramite numerosi esponenti di rilievo» della mafia siciliana, tra i quali Stefano Bontate, Ignazio e Giovanbattista Pullarà, Vittorio Mangano, Gaetano Cinà, Raffaele Ganci, Vincenzo Virga e Totò Riina. Secondo i giudici, inoltre, Dell’ Utri avrebbe coperto la latitanza di alcuni affiliati a Cosa nostra e avrebbe aiutato l’ organizzazione criminale «ponendo a disposizione le conoscenze acquisite presso il sistema economico italiano e siciliano».

In primo grado la difesa, che aveva sostenuto la totale estraneità di Dell’ Utri all’ accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, aveva definito la vicenda giudiziaria frutto di «un complotto di pentiti».

Il processo al senatore del PdL è di grande rilievo anche per il ruolo particolarissimo svolto da Marcello Dell’ Utri nella fase di nascita di Forza Italia. Fu lui, infatti, già nel giugno 1992, a mettere insieme il gruppo di lavoro, denominato “Operazione Botticelli” che doveva studiare il “piano di fattibilità” della creazione del partito. Questo lungo lavoro preparatorio, durato circa un anno e mezzo (fino al novembre 1993), si svolse con grande riservatezza. Lo ha raccontato Ezio Cartotto, ex democristiano e braccio destro di Marcora, chiamato proprio da Dell’ Utri a formare il gruppo di lavoro, nel suo libro “Operazione Botticelli. Berlusconi e la terza marcia su Roma” (editore Sapere 2000).

Ma nel volume Cartotto riporta quanto aveva già messo a verbale, il 20 giugno 1997, davanti ai magistrati di Caltanissetta e di Palermo, nell’ ambito delle indagini sui mandanti occulti delle stragi di mafia del 1992-93 e sul piano eversivo tentato dalla mafia in quegli anni in associazione con esponenti della massoneria e dell’ estrema destra. Dichiara Cartotto: «In particolare Dell’ Utri sosteneva la necessità che, di fronte al crollo degli ordinari referenti politici del gruppo Fininvest, il gruppo stesso “entrasse in politica” per evitare che un’ affermazione delle sinistre potesse portare prima a un ostracismo e poi a gravi difficoltà per il gruppo Berlusconi. Immediatamente Dell’ Utri mi fece presente che questo suo progetto incontrava molte difficoltà nello stesso gruppo Berlusconi e utilizzando una metafora mi disse che dovevamo operare come sotto il servizio militare e cioè preparare i piani, chiuderli in un cassetto e tirarli fuori in caso di necessità, eseguendo in tale ultimo caso ciascuno la propria parte».

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