Richard Gere per una sera fa diventare vip i senza dimora

L'abbraccio fra Richard Gere e uno dei senza dimora riesce a sbloccare con un grande applauso la commozione dei trecento fra ospiti e operatori delle associazioni che affollano sabato il Centro Congressi di Taormina. Sono passati pochi minuti dalla prima proiezione pubblica al Taormina Film Festival di “Invisibili”, la versione italiana di "Time out of mind", il film di Gere sui senza dimora di New York. NEL NUMERO 25 DI FAMIGLIA CRISTIANA, ORA IN EDICOLA, L'INTERVISTA A RICHARD GERE SUL FILM

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«È proprio la nostra storia quella». Il primo a prendere la parola è Bogdnan, un senza dimora di origine polacche. «Richard! Ti ringraziamo assai per quello che abbiamo visto perché è la storia nostra, la nostra vita, quella che passiamo ora. Perché purtroppo la vita ogni tanto si rovescia, un giorno siamo giù e l'altro su. Ora come ora dalle stelle siamo scesi nelle stalle».

Gere ascolta, incoraggia e incita i senza dimora curati dalle associazioni siciliane e dalla Caritas a non arrendersi. Fra loro anche rifugiati dei centri di accoglienza. C'è Vittorio che gli chiede se davvero ha dormito fra i barboni. C'è Vincenzo, ex alcolista e tossicodipendente. Fiero ammette di essersi disintossicato grazie all'opera “Don Calabria”. Ora cerca di ricostruirsi una nuova vita. «Questo film ci ha colpiti molto, sia me che il mio gruppo. Ci ha commossi. Io facevo quella vita lì, domandavo soldi». Piange, si emoziona. Richard si alza e gli tende la mano. Giuseppe si è trovato in mezzo alla strada dopo aver perso i genitori. «A Palermo vivevo sotto cartoni in stazione. Mi cacciavano sempre, ma io chiedevo solo uno spazio per dormire dentro la sala d'aspetto». Poi però sottolinea: «Grazie di tutto, ma noi non siamo più speciali di altri, abbiamo sbagliato tanto...».

C'è Maria Pia, senza dimora di Messina, assistita dalla Caritas. «Ora sto bene, ho 46 anni. Ma sono sola, spero di trovare un lavoro». Piange e Gere si alza e la consola. Poi si siede in terra sul palco. C'è un signore che non svela il suo nome. «La mia vita è cambiata un anno fa quando ho perso tutto. Mia moglie è dovuta andare via da Messina. Perdere la dignità è quello che ci terrorizza di più: il personaggio che hai fatto nel film può essere identificato in ognuno di noi, ognuno di noi ha vissuto quella storia. Ma io mi sento un cane bastonato, non vedo la luce. Cosa deve fare quel personaggio per tornare a vivere?».

Gere prende il microfono e spiega: «Ragazzi, io questo film l'ho fatto per voi. Non esistono cattivi, tutti noi abbiamo delle storie che sono diverse. Dovete sperare e avere coraggio. Serve una casa, un luogo fisico e una comunità. Serve comunità, è ciò di cui abbiamo bisogno. A 66 anni ho imparato che se vuoi essere felice devi essere tu a rendere felice gli altri».

Un protocollo per azioni efficaci

Poche ore prima Richard Gere, il ministro Poletti e Cristina Avonto, presidente di fio.Psd, la Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora con cui il Taormina Film Festival ha organizzato questo evento, firmano davanti alla stampa un protocollo di intesa per intensificare e migliorare i progetti a favore dei clochard. L'obiettivo è quello di creare percorsi di re-inserimento e superare le logiche, peraltro più costose, di assistenza pura. «Una volta spenti i fari, finite le foto e andati via i giornalisti», spiega Poletti, «non ci saranno più le luci, ma ci sarà ancora il problema. Dobbiamo smettere di pensare a questi temi come fatti di emergenza, dobbiamo pensare a strumenti permanenti, è un problema di cultura sensibilità testa e cuore».

«Il governo», aggiunge Poletti a Famiglia Cristiana, «mette 15 milioni l'anno sul tema povertà assoluta e situazioni come queste. Nelle prossime settimane partiranno due bandi del Ministero rivolti alle associazioni e agli enti locali per progetti contro tali situazioni. Abbiamo approvato le linee guida generali: ci servono anche per dialogare con Regioni e Comuni, per lavorare insieme affinché ci sia più efficienza».

«L'idea», ci spiega Avonto, «è quella di vincolare le risorse disponibili a un uso specifico e dettagliato. Spesso le risorse rimangono anche inutilizzate. Il Ministero vuole così indirizzare gli enti ‒ Comuni, Regioni, privati ‒ affinché utilizzino i fondi in maniera più intelligente». Il protocollo è siglato da Poletti e da Avonto, ma Gere ci vuole mettere la firma: «Sarò il testimone e fra un anno saremo qua a controllare che quello che abbiamo firmato sia stato fatto». E pronuncia le parole «Housing First».

Oltre la logica del dormitorio


«Housing First», precisa Cristina Avonto, «è un approccio innovativo alle politiche di contrasto alla grave emarginazione adulta. Prevede l'inserimento diretto delle persone che vivono per strada in appartamenti indipendenti, sicuri e confortevoli per loro senza limiti di tempo». I progetti delle associazioni della rete fio.Psd sono fatti perlopiù con fondi privati: 8 per mille della Chiesa, fondo della Cei, donazioni, associazioni. Ne hanno attivati 33 in 10 Regioni e 20 Comuni. Ci lavorano più di 100 educatori e 40 volontari. I primi risultati sono promettenti: «Sono state reinserite 510 persone», spiega Avonto, «in 176 appartamenti, 167 sono minori. La metà di loro riesce a partecipare alle spese di affitto, altri pagano solo le bollette, alcuni solo il vitto».

L'impatto è importante: in poco tempo già il 40% delle persone ha migliorato il proprio stato di salute psicofisico. E si risparmiano anche risorse. Avonto cita autorevoli studi portati avanti negli Usa che hanno dimostrato questo: l'approccio Housing First è meno costoso di quello assistenzialista classico per diverse ragioni. «Una di esse», conclude Avonto, «è che non devono essere costruiti nuovi alloggi o strutture residenziali. Si riduce l'utilizzo dei dormitori, abbassando nel tempo i costi di gestione. Ma riduce anche il ricorso al pronto soccorso grazie alle migliorate condizioni di salute delle persone inserite in appartamento. Così come riduce il numero degli arresti o delle detenzioni alterative per crimini minori commessi dalle persone senza dimora». A breve la fio.Psd diffonderà analoghi studi sull'Italia. Questo significa Housing First.

Altri vip sul Red carpet

Più tardi, sul Red Carpet del Taormina film festival, si mischiano i passi di senza dimora, profughi, politici e attori, stretti nel parterre che lancia lo spot della fio.Psd interpretato da Gere. Lo spot avvia la campagna #HomelessZero in Italia. Il volto e il corpo di Gere per gli ultimi degli ultimi. «Quelli che non portano voti», sottolinea dal palco un divertito ministro delle politiche sociali Giuliano Poletti, «ma di cui non vogliamo dimenticarci». L'immagine dal palco è surreale: gli abiti belli e costosi degli attori nel parterre, i loro volti, i loro occhi rivolti ai senza dimora in semplici vesti che Gere fa alzare in piedi e a cui tutto il teatro antico di Taormina tributa un grande applauso. I flash dei rumorosi fotografi si spengono un attimo.

«I protagonisti sono loro», scandisce Gere, «le loro storie. Nessuno deve rimanere senza un tetto». Sul palco anche Cristina Avonto, la presidente di fio.Psd, umile e competente operatrice sociale che emozionata e decisa racconta che no, il destino di queste persone non è segnato dal fallimento, che per tutti può e deve esserci una possibilità. La loro si chiama casa, poi magari lavoro, famiglia. Dignità in fin dei conti. Per questo nasce la campagna #HomelessZero.

Le luci si spengono, «grande Richard!» urla un senza dimora mentre viene scortato fuori dal Teatro Antico dalla sicurezza. Lui si ferma, si volta e saluta guardandolo in faccia. Per una sera i vip sono diventati loro.

La foto di copertina è di Michele Ferraris/fio.psd.

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