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Quell'esperienza al campo scout che aiuta a crescere


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Tornata dal campo scout, Margherita, 13 anni, mi ha detto entusiasta che non si è mai divertita tanto e che ha trovato delle amiche vere. Sono contenta, perché con mio marito eravamo un po’ preoccupati: non aveva mai fatto esperienze di questo tipo e negli anni precedenti non sembrava coinvolta nel mondo scout. Invece ora ci sembra più grande, matura, anche se è stata via solo due settimane in montagna, vivendo in tende sopraelevate su strutture di tronchi, giocando e lavorando con ragazzi coetanei o poco più grandi. Siamo grati ai capi, fratelli e sorelle maggiori di età ed esperienza.

SIMONA

— Continuo a ritenere che ciò che rende l’ adolescenza così affascinante siano le grandi scoperte di questa età: rivelazioni improvvise, come se la vita si condensasse in un grumo di emozioni e di pensieri e si aprisse una prospettiva inattesa. L’ entusiasmo di Margherita al ritorno dal campo scout coglie bene alcuni aspetti di questa esperienza che hanno così grande presa sulla ragazza. Lo spirito di avventura; la condivisione con i coetanei, con i quali si sente di realizzare insieme un’ impresa, qualcosa di difficile e faticoso, e perciò gratificante; un divertimento che non si avvita su sé stesso, ma permette a ciascuno di esprimere e di riconoscere le proprie qualità fisiche e morali; la responsabilità per sé stessi e per i propri compagni; un’ attività per i giovani accompagnata da capi che sono giovani adulti, quindi con una distanza anagrafica ridotta. Tutto questo si è espresso nell’ esperienza del campo, che ha richiesto a Margherita anche di sviluppare il proprio spirito di adattamento a situazioni non sempre facili. E con questo non intendo solo la precarietà delle condizioni per il sonno, i pasti, i servizi igienici e la pulizia personale, ma anche la convivenza con gli altri: se nascono grandi amicizie, ci si trova anche a stare a strettissimo contatto con persone con cui magari si ha poca sintonia. Un ulteriore vantaggio è che tutto questo avviene lontano dalle famiglie. Immagino che nelle due settimane di campo non ci siano stati messaggi o telefonate a casa, anche perché in genere ai ragazzi è richiesto di separarsi per qualche tempo dai loro amati smartphone. Solo nel caso di uscite di squadriglia, senza la presenza dei capi adulti, è consentito al caposquadriglia di avere un cellulare con sé per le emergenze. Tutto questo permette anche ai genitori di prendere un po’ le distanze dai figli, per poterli osservare con maggiore distacco: è questo forse che al ritorno li fa vedere un po’ più maturi. Per vedere meglio le cose, dobbiamo sempre prendere un po’ le distanze.

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