Quell'elemosina non s'ha da fare

Un supermercato invita i clienti a non dare soldi ai mendicanti Rom che intimidiscono le persone davanti all'ingresso. Alcuni Comuni multano l'accattonaggio molesto. Aiutare i poveri attira gli speculatori. E allora l'elemosina è da fare o no?

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   “Non date l’ elemosina agli zingari davanti alla porta”: questo l’ invito che la direzione di un supermercato di Catania ha rivolto ai suoi clienti attraverso un cartello affisso all’ ingresso. Motivazione: permette “un guadagno dai 60 agli 80 euro, una quantità di denaro che un operaio specializzato italiano non riesce  a guadagnare, considerando il fatto che si tratta di un importo netto esentasse”.    Non c’ è alcun intento razzista, spiega ancora il responsabile dell’ esercizio commerciale, ma solo quello di tutelare il supermercato e i clienti, che infastiditi  dai questuanti, iniziano a non frequentarlo più.

La notizia è di pochi giorni fa, ma  da qualche tempo l’ accattonaggio molesto e petulante  è nel mirino delle amministrazioni comunali che si sono attivate con iniziative varie per arginare il fenomeno del racket dell’ elemosina, soprattutto attraverso multe e pattugliamenti di vigili nel centrocittà. Perché a repentaglio, a volte, è la stessa sicurezza dei cittadini. Chi organizza la questua e sfrutta donne e bambini per l’ elemosina, attua un vero e proprio controllo del territorio, piazza per piazza, stazione per stazione.  Ma il foglio di via e l’ espulsione non sembrano essere efficaci. E nemmeno le multe sono un grande deterrente: nessuno le paga. E per uno che viene allontanato, se ne fa avanti un altro che occupa il posto lasciato libero.    
      La lotta all’ illegalità e ai falsi poveri è sacrosanta, anche perché può finire per ledere proprio le fasce deboli, anziani in primis, che vengono molestati dai professionisti dell’ elemosina. E lo Stato non dovrebbe lasciar da sole le amministrazioni in questa battaglia.

    Ma allora: come distinguere i veri indigenti dai furbi e i profittatori? Perché una cosa è certa: sui nostri marciapiedi come nei treni, davanti ai centri commerciali come sul sagrato delle nostre chiese non stazionano solo imbroglioni vestiti da accattoni, ma veri poveri, gente disperata che altro non tiene se non il cappello teso per chiedere una moneta. Il contrasto all’ accattonaggio molesto e al racket, se non è accompagnato da una conoscenza reale del territorio, rischia di colpire anche chi è davvero nel bisogno.    
  “Elemosina” deriva da un verbo greco che significa “avere pietà, compassione”.  Se è vero che esercitare la pietà rischia di attirare speculatori e approfittatori, è altrettanto vero che la carità non si può vietare, perché sul gesto solidale, anche a partire dalla semplice elemosina, si costruisce la comunità civile,  si rafforza la convivenza  sociale.    La Chiesa, nella sua storia millenaria, ha sempre provocato la generosità nei confronti dei poveri, “scandalo” che interpella quotidianamente.  Proprio a Catania, a non troppa distanza da quel supermercato, sorge la Basilica Collegiata, che in realtà ha un altro nome: Santa Maria dell’ Elemosina.  
   In un mondo dove “tutto è calcolo e misura”, ha detto recentemente papa Francesco, “L’ elemosina ci aiuta a vivere la gratuità del dono, che è libertà dall’ ossessione del possesso, dalla paura di perdere quello che si ha, dalla tristezza di chi non vuole condividere con gli altri il proprio benessere”.

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