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Prof di ruolo a 69 anni: le perplessità di una lettrice

Insegnare fino a tarda età è possibile? È sostenibile? Spesso un insegnante che ha cominciato a vent’ anni, a sessanta si sente usurato dal tempo, dai cicli che si ripetono, dai confronti con il passato: gli stimoli devono essere continuamente scovati, rincorsi, la motivazione nutrita e incoraggiata...


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Cara professoressa, mia nipote Lucia e suo fratello Marco l’ anno prossimo frequenteranno la terza e la quinta elementare. Io trascorro con loro molto tempo, li vado a prendere a scuola, li porto in piscina, al corso di musica, a quello di inglese. Insomma, faccio la nonna a tempo pieno quasi tutti i pomeriggi, perché mio figlio e sua moglie sono impegnati con il lavoro fino a sera. Ho 68 anni, però, e una certa stanchezza alla fine prevale. Durante le vacanze estive ho letto di insegnanti in cattedra fin quasi a 70 anni, di maestre che arrivano al ruolo in così tarda età: come si fa fisicamente a gestire venti bambini se io mi sento già abbastanza spossata con due?

ADELINA

— Cara Adelina, la notizia alla quale ti riferisci riguarda una maestra di Palermo di 69 anni, sei figli, chiamata questa estate a firmare il suo contratto a tempo indeterminato in seguito a un ricorso, vinto, presso il Giudice del lavoro. Primo giorno di supplenza a scuola per lei negli anni Settanta, ma da allora a oggi in cattedra non è rimasta a sufficienza: la donna può infatti continuare a insegnare nonostante il superato limite d’ età previsto dalla legge (66 anni e sette mesi) perché non ha ancora raggiunto un’ anzianità contributiva di vent’ anni, quella minima che serve per poter andare in pensione. È vero, il rapporto con i bambini richiede energie e spesso stanca, come scrivi. Non posso non pensare a tutte le nonne e i nonni che ho visto correre sotto gli ombrelloni quest’ estate o che vedo al parco giochi con i nipoti durante l’ inverno: la maggior parte ha circa settant’ anni, un profilo Facebook, scatta e condivide foto su WhatsApp, tira su i bambini di chi a quarant’ anni lavora, ma forse lo fa più per necessità che per scelta. Ed è questo il punto. Conosco persone approdate all’ insegnamento all’ età di cinquant’ anni – perché prima facevano altri mestieri – che lavorano usando tranquillamente il registro elettronico con la gioia di chi ha iniziato da poco. Ed è cosa buona. Ma spesso un insegnante che ha cominciato a vent’ anni, a sessanta si sente usurato dal tempo, dai cicli che si ripetono, dai confronti con il passato: gli stimoli devono essere continuamente scovati, rincorsi, la motivazione nutrita e incoraggiata. Ben venga, nel gruppo docenti, il fervore del più giovane professore d’ Italia, ventiduenne campano vincitore di concorso a cattedra, ben venga anche la voglia di fare di chi realizza il suo sogno a sessantanove anni e che in ogni caso rimarrà in aula, per legge, non oltre i settanta. Ma se un docente potesse realmente scegliere, minimo contributivo permettendo, a settant’ anni che cosa farebbe? Probabilmente quello che faresti tu con i nipoti: qualche ora, come racconti nel seguito della tua lettera, senza impegno.

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