Pedalare per i bambini dell'Africa

L'impresa di Matteo Sametti: ha percorso 8.300 chilometri su una bici di bamboo, da Lusaka a Londra. Obiettivo? Raccogliere fondi per una scuola a favore dei bambini dello Zambia.

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In bici dallo Zambia a Londra in 2 mesi e mezzo. 8.300 chilometri passati in sella a una bici di bambù, assemblata a mano: 130 chilometri ogni giorno dalla mattina alla sera. Matteo Sametti, fondatore assieme alla moglie della Onlus “Sport2Build” ( www.sport2build.org), ha così raggiunto Londra.

Sport2Build raccoglie fondi per realizzare una scuola innovativa che assocerà lezioni in classe a sport, arte, danza e attività manuali. Da qui la decisione di attraversare in solitaria prima l'Africa poi l'Europa: Zambia, Malawi, Tanzania, Kenya, Etiopia, Sudan e Egitto. Obiettivo: evidenziare il ruolo fondamentale dello sport per lo sviluppo sociale e per la promozione di integrazione e inclusione sociale.

La scuola in progetto aiuterà soprattutto ma non esclusivamente bambini con bisogni particolari, con difficoltà di apprendimento, emarginati socialmente o economicamente, dando loro l'opportunità di svilupparsi, imparare e crescere in un ambiente sicuro, sano e protetto.
La Royal Chieftainess, massima autorità locale secondo la legge tradizionale, ha già accettato di mettere a disposizione a Lusaka, la capitale dello Zambia, la terra su cui verrà costruita la scuola.

Per realizzare questo sogno, Matteo Sametti si è trasferito nel paese africano dopo aver lasciato un posto da commercialista a Milano e ha messo in piedi il tour. “Non è stato facile: in Sudan e in Etiopia non ci sono alberghi. In Zambia, invece, è stato un po’ come giocare in casa. La Tanzania? Il primo Paese duro: strade brutte e 700 chilometri di sterrato. Distese enormi di baobab, masai con le mucche.
A Dodoma, la capitale, arrivi da una strada di campagna. Le vie sono piene di pietre” confessa Matteo in un’ intervista a “La Stampa”.

L’ inferno è un phon puntato sul viso

L’ impresa ha un sapore d’ altri tempi: “Ho portato una tenda piccola, un mini sacco a pelo, un materassino. Nella borsa di sinistra – continua – ho un paio di pantaloni corti, una giacca di pile, due pigiami e due maglie a maniche lunghe bianche. Tengo tutto in bustine tipo quelle per congelare i cibi. Poi calze, mutande e un laptop. Nella borsa di destra, invece, ho un K-Way leggermente imbottito, una maglietta della bici di ricambio, i caricabatterie per la fotocamera, il pc, il cellulare e un po’ di medicine. Ma mai preso la malaria, per fortuna”.

Sul suo blog Matteo racconta tappa per tappa il viaggio. Al confine tra Sudan ed Egitto, ad esempio, c’ erano 57 gradi: terribile come aver un phon in faccia: “Non penso l’ inferno esista veramente… ma se mi sbaglio probabilmente sarà simile alla tappa di oggi. Sembrava di avere un phon puntato su tutto il corpo ma dove da più fastidio è in faccia .
Vorresti respirare come quando nuoti … ho il pensiero ricorrente del Picornell la mia piscina preferita, mi vedo che mi tuffo, invece nelle mie soste mi devo accontentare di qualche bibita varia, uno yogurt, e di tanta acqua un po’ sabbiosa delle otri che bevo solo quando la bocca rischia l’ autocombustione.
Le birre sono vietate in Sudan e sarà per questo che si trovano una serie di bibite gasate alla mela, alla ciliegia, al mango, che riesco a bere solo in casi estremi.
L’ acqua in bottiglia non si trova spesso”.

Il cooperante spiega che ha scelto la bici in bamboo perché è zambiana e voleva dimostrare che si può fare tanto anche con poco, anche se qualche volta ha pensato di lasciarla: in Etiopia, ad esempio, piena di montagne, si pedala quasi sempre a due-tremila metri di quota, mentre nel deserto si viaggia bene con il vento a favore, ma con il vento contro un po’ meno.
Avventura terminata con successo comunque e ora la bici di bambù verrà venduta per raccogliere fondi per costruire la scuola in Zambia.

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