La diplomazia audace di Francesco

Presentato al Salone del libro di Torino il libro del diplomatico e docente universitario Pasquale Ferrara "Il mondo di Francesco. Bergoglio e la politica internazionale", Edizioni San Paolo. Un'analisi dei segnali forti a livello internazionale lanciati da papa Bergoglio, attraverso la scelta di luoghi e incontri simbolici.

Pubblicità

Pastore, ma anche capo di Stato. Papa Francesco, nel segno della misericordia, ha inaugurato una nuova stagione nella vita della Chiesa, con conseguenze anche nella politica internazionale. A questo tema è dedicato Il mondo di Francesco. Bergoglio e la politica internazionale, il libro edito dalla San Paolo curato da Pasquale Ferrara. Diplomatico di lungo corso, Ferrara è docente di diplomazia alla Luiss di Roma e segretario generale dell’ Istituto universitario europeo di Firenze. Ha prestato servizio presso l’ ufficio del consigliere diplomatico del presidente della Repubblica con diversi incarichi all’ estero (Santiago del Cile, Atene, Bruxelles e Washington). Dal 2009 al 2011 è stato a capo dell’ unità di analisi e programmazione del ministero degli Esteri.
«Sarebbe riduttivo analizzare l’ attività internazionale di papa Francesco con le categorie della geopolitica», premette. «Possiamo dire che in questi tre anni sono emerse con chiarezza alcune direttrici. Innanzitutto questo Papa ha sollevato la questione delle periferie, la necessità di abbattere i muri, realmente costruiti o percepiti come tali (pensiamo al tema delle migrazioni). Un altro filone è la riflessione drammatica sulla guerra e sulla pace: è stato il primo a parlare di “terza guerra mondiale a pezzi”, ha denunciato il commercio di armamenti come una delle cause dei conflitti, si è attivato in complessi e delicati processi di riconciliazione. È interessante anche il dialogo che ha instaurato con i due grandi attori globali di un mondo decisamente multipolare, gli Stati Uniti e la Cina».

Ci sono gesti o luoghi simbolo della “diplomazia” di papa Francesco?

«Fisserei due luoghi sulla mappa: Lampedusa e Bangui. L’ 8 luglio 2013, uno dei primi viaggi in assoluto del Papa fu a Lampedusa, approdo “europeo” di migranti dal Nord Africa e dall’ Africa sub-sahariana e tragicamente nota per i naufragi che hanno mietuto migliaia di vittime nel Mediterraneo. Francesco volle sottolineare con la sua presenza una responsabilità collettiva, politica, al di là dell’ impegno di chi si prodiga per l’ accoglienza. Lampedusa simboleggia il sottile confine tra accoglienza ed esclusione dei migranti, che nella maggior parte dei casi fuggono da guerre, tensioni, dittature, povertà, condizioni di vita di estremo disagio, in uno scenario che papa Francesco ha definito a più riprese la “globalizzazione dell’ indifferenza”».

E poi Bangui. Perché il Papa ha aperto il Giubileo proprio lì?

«Scegliere la Repubblica Centrafricana come luogo dove aprire la Porta santa del Giubileo significa andare alla radici della frattura che divide l’ Africa in se stessa e rispetto ad altre regioni del mondo, con tutte le ingiustizie che comporta: la guerra, le violenze sulla popolazione civile, grandi ricchezze naturali contese e depredate. Francesco ha reso manifesta la strategia politica della misericordia, trasformando in qualche modo la capitale centrafricana nella capitale spirituale del mondo».

Qual è il significato della recente visita all’ isola greca di Lesbo?

«Il Papa ha voluto lanciare un segnale ancora più forte, soprattutto all’ Europa tentata di erigere nuovi muri e barriere, a favore di una risposta che sia sempre “umana, giusta e fraterna” – come ama ripetere – nei confronti di quanti fuggono da fame, guerre, persecuzioni, insicurezza cronica. Francesco, inoltre, continua a fare passi di ecumenismo e dialogo: ha visitato Lesbo insieme al patriarca ortodosso di Istanbul Bartolomeo e all’ arcivescovo ortodosso di Atene Ieronymos. E non è un caso che le tre famiglie che Francesco ha voluto ospitare in Vaticano, togliendole dal campo di Lesbo, siano di fede islamica. Il messaggio è forte e chiaro: i cristiani non proteggono solo altri cristiani, ma tutti coloro che sono in situazioni di bisogno, indipendentemente dalla loro religione. In Siria, per esempio, le vittime del conflitto sono soprattutto musulmane».

Quali sono stati gli interventi più significativi del Papa a livello diplomatico?

«Francesco ha inciso sulla politica internazionale in diversi momenti, a partire dalla posizione fortemente critica sull’ intervento militare in Siria, fino al ruolo svolto per la riconciliazione tra Cuba e Stati Uniti. Per quanto riguarda la Chiesa, ha avviato una nuova fase di collaborazione all’ interno della cristianità con lo storico incontro all’ Avana con il patriarca ortodosso russo Kirill e l’ apertura del dialogo con la Cina. Contatti discreti sono stati da tempo avviati anche per la soluzione del conflitto pluridecennale in Colombia. Ma Francesco ha soprattutto cambiato il tono del discorso politico, invitando a guardare il mondo dalla prospettiva degli esclusi, perché solo in questo modo è possibile cogliere le contraddizioni che riguardano tutti e trovare soluzioni inclusive».

Quali sono i principi che guidano Francesco nella politica internazionale?

«Bergoglio si assume la responsabilità di posizioni coraggiose, talvolta rischiose sotto il profilo diplomatico. Basti citare le prese di posizione contro la speculazione finanziaria e le sue centrali operative in Occidente, contro il consumismo e gli sprechi delle società opulente (che gli sono valse critiche molto accese negli Stati Uniti), la memoria del “genocidio” armeno (che ha provocato reazioni molto dure da parte del governo turco), l’ ulteriore formalizzazione e sistematizzazione dei rapporti con la Palestina (una decisione non gradita a Tel Aviv)».

A proposito di questo Papa, lei parla di «misericordia politica». Che cosa significa?

«Di solito consideriamo la misericordia come un sentimento individuale e “privato” che entra in gioco solo nel rapporto dell’ uomo con Dio o con i propri simili. Invece, se ben compresa, la misericordia è un concetto politico rivoluzionario: è tutto fuorché debolezza, nella vita delle persone come in politica. Ci vuole coraggio per orientare le persone verso processi di riconciliazione, ed è proprio tale audacia positiva e creativa che offre vere soluzioni ad antichi conflitti e l’ opportunità di realizzare una pace duratura. Declinare la misericordia come categoria politica conduce a non considerare mai niente e nessuno come definitivamente “perduto” nei rapporti tra nazioni, popoli e Stati. Insomma, la misericordia politica è la virtù dei forti, la cifra distintiva dei veri leader, non dei politici di piccolo cabotaggio».

Loading

Pubblicità