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Parrocchie sempre più vuote di giovani

Credo sia necessario ritrovare l’ entusiasmo, uscire dal tran tran collaudato. Occorre una costante ricerca di novità nel campo della formazione e delle attività parrocchiali, specie di quelle rivolte ai ragazzi»


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Rev.do don Antonio, ho avuto modo di frequentare diverse parrocchie, a causa dei miei tanti trasferimenti. Non vorrei apparire come un cristiano pessimista e sempre pronto a vedere cosa non va nelle nostre istituzioni religiose, con particolare riferimento alle parrocchie e alle famiglie. Però ci sono, purtroppo, davanti agli occhi, fatti obiettivi che ci invitano a riflettere su come poter migliorare certe situazioni: le parrocchie sono, in genere, sempre più vuote, in particolare di giovani; molti parroci sono sempre più oberati di impegni vari e hanno sempre meno tempo per la formazione religiosa delle persone; spesso sono realisticamente depressi, perché, nonostante la buona volontà, vedono andare deserte, in particolare dai giovani genitori, le varie attività proposte; i laici che “contano” in parrocchia sono sempre gli stessi (nella mia comunità sono lì da più di 40 anni) e, magari in buona fede, pur dando una mano ai sacerdoti, tendono al “si è sempre fatto così” e, quindi, sono diffidenti ai cambiamenti e a far entrare nel giro nuove persone e nuove idee; creando, anche involontariamente, dei circoli chiusi.

Questi alcuni problemi delle parrocchie, ma molto più gravi sono i problemi fuori dalle parrocchie: oggi, purtroppo, la maggior parte dei genitori sembra abbia grosse difficoltà a educare correttamente i propri figli. Si passa da un permissivismo esagerato a un iperprotezionismo che li porta addirittura a contrastare, talvolta anche fisicamente, insegnanti ed educatori (vedi articolo su Famiglia Cristiana n. 12); all’ abitudine a un consumismo esasperato. Gli adolescenti, con genitori di questo tipo, seguono il gruppo e si sentono soli. Le mamme, soprattutto di maschi, li proteggono ovunque e comunque. Di conseguenza, i ragazzi tendono a un maschilismo di cui si vedono gli effetti negli atti di bullismo e poi nelle aggressioni di fidanzati e compagni alle proprie donne; le ragazze pensano più alla moda e a usare i social che ad altro. I valori tradizionali, ma quanto mai necessari in una società corretta, sono sovente dimenticati. I genitori sono poco propensi a partecipare ad attività formative per loro e per i propri figli, preferendo attività sportive o ludiche. In genere, c’ è molta indifferenza e si cerca di vivere alla giornata.

Sono visioni errate e fortemente pessimistiche? Purtroppo, anche se non è sempre così, credo di no. E, allora, la domanda è: che fare? Inizierei dalla proposta, rivolta a diocesi e seminari, di una preparazione specifica ai nuovi sacerdoti e parroci, per meglio capire e, di conseguenza, meglio adattarsi con pastorali nuove e più efficaci alla situazione reale del mondo esterno. Ai parroci suggerirei di dare più spazio e attenzione a tutte le forze laiche della parrocchia, senza basarsi, pur per convenienza, solo sui laici “storici”, da invitare a maggiori aperture; inoltre, sarebbe opportuno rivedere le attività formative rivolte ai giovani e ai genitori (non solo di tipo religioso, ma anche antropologico), con proposte e atteggiamenti più convincenti e attraenti. Credo sia estremamente necessaria, come ci invita anche papa Francesco, un’ iniezione di novello entusiasmo, di uscire dal tran tran collaudato e una costante ricerca di novità nel campo della formazione (ai vari livelli) e delle attività parrocchiali, specie di quelle rivolte ai giovani. Non trova?

GIULIO MARINO

Caro Giulio, i problemi che poni sono delle vere e proprie sfide, sia per i preti e i fedeli delle parrocchie, sia per i genitori nei confronti dei figli. Quello che scrivi è sicuramente vero, ma nonostante tutto non sarei così pessimista. Il mondo è cambiato, non siamo più in una società sostanzialmente chiusa dove la trasmissione dei valori e della fede avveniva in maniera quasi automatica. L’ epoca della globalizzazione ha reso questo tipo di appartenenza molto più debole. Questo vale in particolare per i giovani. Come è emerso nell’ inchiesta pubblicata sul numero scorso dedicata al rapporto tra giovani e fede, basata su una ricerca dell’ Istituto Toniolo, sono in diminuzione quelli che si dichiarano credenti e sono legati a una parrocchia o a un’ associazione, aumenta però l’ intensità e la profondità.

Papa Francesco, dialogando con i parroci romani nel febbraio scorso, ha ricordato che nel nostro tempo non ci sono solo calamità, ma anche cose buone. Per esempio, «una più grande coscienza dei diritti umani e della propria dignità; oggi nessuno può imporre le idee; oggi la gente è più informata; oggi si dà tanto valore all’ uguaglianza; oggi c’ è più tolleranza e anche libertà di manifestarsi come uno è; oggi la convivenza sociale è più sincera, più spontanea; oggi c’ è grande apprezzamento per la pace; anche il valore umano della solidarietà è venuto su…».

Si tratta di discernere, conclude il Papa. E questo impegno riguarda ciascuno di noi, non solo i parroci. Questi ultimi sono spesso oberati di impegni, ma devono superare la tentazione di avere tutto sotto controllo o addirittura di fare tutto in prima persona. Il coinvolgimento dei parrocchiani, a ogni livello, è fondamentale. E deve partire dalla fiducia. D’ altra parte, caro Giulio, quelli che chiami i laici che contano non devono sentirsi i “padroni” della parrocchia, anche se la loro disponibilità è ammirevole. Penso che ci sia molto cammino da fare, a partire dalla formazione del clero e dei fedeli, perché ci si senta davvero parte di una comunità e non si consideri la parrocchia solo come “fornitrice di servizi”.

Rimane il tema dei giovani. Il problema è che spesso nessuno li ascolta veramente. E si sentono terribilmente soli, chiudendosi nel loro mondo. Da questo punto di vista l’ idea del Papa, in vista del Sinodo dei vescovi, di mettersi in ascolto delle nuove generazioni mi sembra quella più adeguata. Spesso i genitori non si mettono davvero in dialogo con i figli e cercano di rimediare con l’ iperprotezionismo o con l’ eccessivo permissivismo. D’ altra parte, il dialogo tra generazioni è sempre stato difficile, pure nei tempi passati.

Anche in questo caso mi hanno colpito le parole di Francesco ai preti di Roma: «A me dà tanta forza quel passo di Gioele, capitolo 3, versetto 1: “I vecchi sogneranno e i giovani profetizzeranno”. È il tempo di questa gioia nel rapporto con i giovani. E questo è uno dei problemi più seri che noi abbiamo adesso. Ancora siamo in tempo, perché si tratta di dare radici ai giovani. È curioso: i giovani si capiscono meglio con i vecchi che con i genitori, perché c’ è nei giovani una inconscia ricerca di identità, di radici e gli anziani la danno, i nonni. Ma questo della generosità, del “buon vino” li aiuta tanto; e il dialogo con i nipotini, con i giovani».

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