Nuovo corso e antiche povertà: così Cuba aspetta il Papa

Da oggi al 28 settembre, nel suo decimo viaggio apostolico fuori Italia, Bergoglio va nel Paese che, con la rivoluzione castrista del 1959, rimane ancor'oggi un'icona, seppure controversa e un po' impolverata. Poi va negli Usa. Nostro reportage dalla più grande isola dei Caraibi abitata da 11,2 milioni di persone, il 60,1% delle quali battezzato.

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L'Avana (Cuba)

Dal nostro inviato

Balla. Quasi per copione. Balla fino a tarda notte. Per i turisti, per sé stesso, per restare aggrappato alle speranze della revolucion la quale, dai cartelli di tutte le strade, continua a ripetere che «uniti si costruisce», che «la democrazia, l’ accoglienza, la solidarietà sono patrimonio indiscusso della Nazione ». E poi si alza presto al mattino, il popolo cubano, tra nostalgia del passato e speranza per il futuro, per andare a resolver. Risolvere la vita, i problemi quotidiani che qui fanno i conti con una povertà diffusa che sta portando al collasso l’ isola più bella dei Caraibi. L’ apertura agli Usa, a metà tra necessità e virtù, è attesa alla prova dei fatti. Per capire se il popolo, sempre più stretto in una crisi economica che non conosce tregua, saprà reggere alla prova del denaro e del relativismo, se i valori che la rivoluzione da sempre proclama sapranno creare davvero una “via cubana”, a metà tra capitalismo e comunismo, che i fratelli Castro stanno delineando.

Papa Francesco è il terzo Papa a giungere a Cuba: «Lo sentiamo vicino a noi. Quello che dice sull’ ambiente, sul denaro, sullo sfruttamento dei popoli è parte della nostra cultura». I giovani sono riuniti in piazza, credenti e non. In ognuna delle tre diocesi che Bergoglio toccherà – Avana, Holguín e Santiago – sono stati soprattutto loro ad animare le catechesi in vista dell’ arrivo di Bergoglio. Porta a porta, in parrocchia e fuori, spiegando chi è il Papa e perché viene. Un entusiasmo che, giurano i più anziani, non c’ è mai stato in precedenza, «anche se dobbiamo ringraziare Giovanni Paolo II e il suo coraggio nel venire a Cuba in tempi difficili. Ha aperto la strada», dice Oscar.

Parlano tutti per strada, hanno voglia di condividere e di far arrivare la loro voce, i cubani. Ti portano a vedere come si vendono i sigari sottobanco. Ti mostrano, orgogliosi, il
Buena vista social club dove continuano a suonare i reduci della band originaria. Sono abituati alle code e alle attese, alla città che cade a pezzi, perché «ci sono i soldi solo per restaurare la parte destinata ai turisti».
L’ aria di libertà si comincia a respirare sempre di più. Ma è un cambiamento che viene da lontano. E per il quale molto hanno potuto anche uomini e donne di Chiesa, incontri personali che cambiano la storia.

Raccontano che quando madre Teresa, nel 1985, chiese a Fidel Castro di poter assistere i poveri di Cuba, il lider maximo rispose che poveri, nell’ isola, non ce n’ erano. «Mi faccia entrare e io li troverò», rispose la combattiva suora albanese. L’ allora presidente la fece entrare e si innamorò del suo modo di fare. Nel Paese che si dichiarava ancora ateo le suore della carità aprirono otto comunità – oggi ce ne sono 11 – e, alla morte di madre Teresa, il partito volle intitolarle un piccolo giardino al lato dell’ ex chiesa di San Francesco. 
Quasi di fronte alla sua statua anche una epigrafe con il ricordo di
Giovanni XXIII – il Papa che fermò la crisi dei missili nel 1961 – e delle sue parole: «Tutti i popoli si abbraccino come fratelli e ˆfiorisca e regni sempre tra loro la tanto anelata pace». Nel giardino di Madre Teresa quasi si nasconde la piccola chiesa degli ortodossi di Costantinopoli che Fidel ha voluto regalare al Patriarca e, appena fuori, quella degli ortodossi di Mosca.

Nella città vecchia dell’ Avana, il Paese che solo nel 1992 ha cambiato nella sua Costituzione la parola Stato “ateo” con “laico”, ci sono due sinagoghe e una moschea, e ogni religione ha il suo luogo di culto. Religioni che lavorano per la pace, come dimostra anche l’ ultimo incontro di pochi giorni fa organizzato da Sant’ Egidio. Papa Francesco arriva a Cuba ad appena tre anni di distanza da Benedetto XVI. «È una fortuna, visto che noi non possiamo ancora uscire da Cuba e venire in Italia. Così ci sentiamo capiti e amati dalla Chiesa», dice Roberto. I cubani hanno voglia di parlare, «così ci facciamo un’ idea di com’ è il resto del mondo e viaggiamo almeno con la fantasia», aggiunge Oscar.

Tutti e due si danno da fare lavorando in proprio, con il permesso del Governo, «perché la paga degli statali è di appena 15 pesos al mese (quasi 15 euro) ed è difˆficile arrivare a ˆfine mese. È vero che scuola e sanità sono gratuite e di ottimo livello, che il Governo dà una tessera per prendere olio, riso, zucchero, caffè... Ma le quantità sono così basse che bastano appena per una settimana. Anche per questo siamo specialisti nel riparare qualunque cosa. Buttare quello che si rompe è un lusso che non possiamo permetterci».

«Ci vorrebbe l’ arrivo di un Papa ogni tre mesi per rimettere tutto a nuovo», dice Martin mentre tira fuori dal cruscotto del suo taxi adesivi e manifestini della venuta di Francesco. «Gli dobbiamo molto. Il nostro cardinale ha fatto tanto per aprire la strada, soprattutto quando ha mediato, nel 2010, per il rilascio dei prigionieri politici, ma papa Francesco ha reso possibile l’ incontro con gli Usa». «La Chiesa a Cuba è sempre stata credibile e oggi anche il Governo riconosce che, con la perdita di valori che sta colpendo anche la nostra società, l’ alleanza con una istituzione che ha così a cuore il bene delle persone e dell’ ambiente è fondamentale per non perdere la bussola », aggiunge Raul.

E il Governo celebra questa alleanza con la concessione di un indulto, il più grande dal 1959, che concede il beneˆcio a 3.522 detenuti, compresi molti stranieri. Una risposta concreta al Misionerio de la misericordia che proprio per il prossimo Giubileo aveva ricordato che l’ Anno santo era stato in passato l’ occasione per i Governi per concedere l’ amnistia. E così il Governo, che già aveva usato un atto di clemenza in occasione delle due precedenti visite, per questa volta allarga la base dei beneˆciari. E mentre i vescovi esprimono «profonda soddisfazione per il gesto umanitario», il popolo spera, da questa visita, soprattutto un’ accelerazione del processo di dialogo con gli Usa che dovrebbe portare a superare un ostacolo non del tutto facile: quello del voto del Congresso degli Usa che, solo, può decretare la ˆne dell’ embargo. Sul tavolo non solo temi economici, ma la questione dei diritti umani a Cuba, quella degli esuli di Miami, della libertà nell’ isola.

«E su questo», ha più volte precisato nelle ultime interviste il cardinale dell’ Avana, Jaime Ortega, «la Chiesa cattolica è disposta a dialogare con il Governo per appoggiare l’ isola nella sulla trasformazione. La Chiesa deve tenere questa attitudine al dialogo per affrontare le difˆcoltà e i momenti difˆcili. Compito della Chiesa non è cambiare Governo. La Chiesa sta nel mondo per far penetrare il Vangelo nel cuore degli uomini; saranno gli uomini a cambiare il mondo». Un processo lento, quello del cambiamento, che Cuba ha avviato ˆn da prima della visita di Karol Wojtyla. «Giovanni Paolo II venne come messaggero di verità e speranza», ricorda il vescovo di Santiago e presidente della Conferenza episcopale cubana, monsignor Dionisio Guillermo García Ibáñez, «Benedetto XVI come pellegrino di carità e papa Francesco come missionario della misericordia». Santiago, dove tutto cominciò nel 1959, fa ancora da ponte. Tra Cuba e il mondo. Tra Cuba e il suo futuro.

Si suona e si balla dal tramonto all'alba sul Malecon, il lungomare di Cuba. Tutte le foto di questo servizio sono dell'agenzia Reurters.
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