Paolini: andiamo a scuola da Galileo

Il 25 aprile, in prima serata su La7, l'attore-autore veneto porterà lo spettacolo "Itis Galileo" dentro i laboratori del Gran Sasso: «Abbiamo bisogno di scienza e coscienza».

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«Pan sul fogo ghe ne xè», dice Marco Paolini, a proposito del suo Itis Galileo che sarà trasmesso in diretta il 25 aprile, in prima serata, su La7, in uno scenario suggestivo e inedito: i laboratori sotterranei di fisica nucleare del Gran Sasso. Difficile immaginare una location più coinvolgente e più appropriata. E i temi, gli spunti, le provocazioni che prenderanno forma in quelle grotte in cui si fa ricerca scientifica sono davvero tanti: il testo, in circolazione già da qualche anno e messo a punto per l'occasione dall'attore-autore veneto insieme a Francesco Niccolini, promette scintille.

Cerchiamo allora di partire dal centro, dal cuore. «Sta in un cambio di passo che avviene alla fine, dopo l'abiura, come accade nel celebre dramma di Brecht. In quel momento, Galileo è uno sconfitto, il suo sistema di idee ha perso, è recluso in casa, l'insegnamento gli è inibito. Deve stare zitto. È vecchio, ha 70 anni... Lì avviene qualcosa di stupefacente: si rimette a lavorare. Si badi bene che è un uomo cancellato, senza prestigio, la cui credibilità è stata azzerata. Eppure riparte, e riparte proprio dalla fisica. Ne scaturirà un libro potente. Ebbene, quando in scena affronto questo passaggio, mi viene in mente che sto parlando a un Paese di vecchi e in declino. Galileo è un'eccezione a tutto questo: è l'espressione di ciò che un uomo può fare nella terza età della vita, dell'importanza della formazione fino alla vecchiaia, del saper ripartire dopo la sconfitta... Pensavo che tutto ciò colpisse l'immaginazione degli anziani, invece ho scoperto che affascina i giovani».

Itis Galileo è dunque, per cominciare, la storia di un uomo che, sconfitto e vecchio, si rialza, riparte, non si ferma. Proviamo adesso a staccare un altro pezzetto di quel pan sul fogo racchiuso nello spettacolo, affrontando, ad esempio, il tema della censura. «Dov'è la censura, oggi?», chiede Paolini. «È presente nel dibattito fra creazionisti e darwinisti, per dire, o piuttosto in una forma di autocensura che riguarda tutti noi? Intanto, prendiamo atto di un diffuso scetticismo nei confronti della scienza e del suo metodo, della paura e dell'intolleranza nei confronti dell'errore. Galileo gli restituisce una funzione, ne fa una parte essenziale dell'esperienza e della costruzione delle certezze. Oggi è tremendamente difficile cambiare idea, è molto più frequente e facile applicare un pensiero politico-dogmatico a tutti gli ambiti dell'esperienza. Guardate quelli che vanno ai talk-show: non cambiano mai idea su nulla, tutti sono convinti di sé, al punto che non si dà vera conversazione. Siamo così distanti dal pensiero dogmatico vigente ai tempi di Galileo e che lo costrinse all'abiura? Oggi abbiamo tanta drammaturgia, ma poca logica. Non formiamo menti, ma mostri. E l'esposizione delle proprie fragilità e dei propri dubbi, l'ammissione di ignoranza non è ammessa...».

Non si tratta di rendere la scienza onnipontente, anzi, viene posta la questione della sua responsabilità morale: «Il punto è che la scienza non produce coscienza. Chi decide i limiti alla ricerca? Fin dove si può spingere la genetica? Chi stabilisce la soglia? Diamo per scontato che bisogna studiare per "avere scienza", ma non che bisogna studiare per "avere coscienza". Tanto più che non si può campare sul sistema di regole di chi ci ha preceduto, perché la coscienza soffre di Alzheimer. Sarà per quello che ne facciamo un uso molto elastico, che ne siamo utenti occasionali, che la consumiamo sempre in modica quantità».

E così siamo giunti forse al cuore di Itis Galileo. Vi siete chiesti che cos'è quell'"Itis" posto accanto al nome del grande scienziato? È la sigla degli Istituti tecnici. Ecco: la scuola, l'educazione, la formazione delle menti, e delle coscienze, è il problema dei problemi. «Il problema dell'educazione si traduce così: non si può fare formazione scientifica se al tempo stesso non si fa formazione delle coscienze», spiega Paolini. «Non c'è abbastanza di noi come Nazione, Costituzione, Coscienza. Non basta affidarsi all'ordine pubblico, esistono regole non scritte. La coscienza, poi, ha un difetto: se non la eserciti, muore.  Va bene la Giornata della memoria, e tutti gli altri giorni? Siamo il Paese con più leggi al mondo, che cosa non funziona, allora? Ci manca la forza dell'educazione e dell'autoeducazione, perché, a un certo punto, solo tu puoi darti quelle regole non scritte. Sarò noioso, ma in questo momento mi sento meno artista e più professore. Nell'Italia di oggi non mi è concesso di fare l'artista in astratto».

Il confronto con La vita di Galileo di Brecht si mantiene sottotraccia, nello spettacolo di Paolini. «Proprio la funzione pedagogica che  l'autore tedesco attribuiva al teatro mi ha aperto gli occhi sulla natura profonda del mio mestiere».

Altri due spunti. Fondando la fisica moderna, Galileo ha fatto nascere la specializzazione. Da allora, «è diventato più difficile ricomporre l'insieme, abbiamo nostalgia del tutto, dei tempi in cui le cose si tenevamo tutte insieme, in cui esisteva un mondo intero. Significa che dobbiamo restituire dignità ai filosofi e alla pratica filosofica, come condizione esistenziale, prima ancora che come attitudine scientifica».

Infine, un incoraggiamento ai giovani che non temono di cimentarsi con le sfide impegnative. «Oggi rinunciamo alle cose difficili. Vorrei dare sostegno ai ragazzi che sgobbano sulle materie ostiche. Negare a chi ha un talento di coltivarlo ed esprimerlo in nome delle necessità del mercato, è un delitto. Se alla fine dello spettacolo ci fosse qualche iscrizione in più alle materie scientifiche, sarei soddisfatto».

Paolini durante lo spettacolo Itis Galileo.
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