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Paola Cortellesi dalla parte dei precari "come gatti in tangenziale"

Da almeno dieci anni nella carriera di attrice brillante di Paola Cortellesi c’ è un filo conduttore serissimo: l’ attenzione per il tema del lavoro, in particolare di quello precario. Da Luciana, la donna in gravidanza che per questo resta senza impiego in Gli ultimi saranno gli ultimi, a Monica, la mamma di periferia che si arrabatta in una mensa per anziani in Come un gatto in tangenziale, il film-commedia che sta spopolando in questi giorni al botteghino...


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Da almeno dieci anni nella carriera di attrice brillante di Paola Cortellesi c’ è un filo conduttore serissimo: l’ attenzione per il tema del lavoro, in particolare di quello precario. Da Luciana, la donna in gravidanza che per questo resta senza impiego nello spettacolo teatrale (e poi film) Gli ultimi saranno gli ultimi, a Monica, la mamma di periferia che si arrabatta in una mensa per anziani in Come un gatto in tangenziale, il film-commedia con cui è tornata a fare coppia con Antonio Albanese. Già questo titolo rimanda alla precarietà, nel lavoro come nelle relazioni umane. «In realtà l’ espressione esatta è “come un gatto sull’ Aurelia”», spiega l’ attrice, «per indicare, con il tipico umorismo un po’ macabro di noi romani, una cosa destinata a durare poco. Noi l’ abbiamo italianizzata».

Anche perché la storia che racconta il film potrebbe essere ambientata ovunque. Il figlio adolescente di Monica si innamora della figlia di Giovanni (Albanese), un ricercatore che con il suo team studia proprio le periferie con l’ obiettivo di procurare fondi dall’ Unione europea. Una borgatara e un intellettuale, insomma, che altrimenti non si sarebbero mai incontrati e sarebbero rimasti schiavi dei rispettivi pregiudizi. Lei infatti, quando lui le parla del suo lavoro, ripete sempre disgustata: «Tanto è tutto un magna magna». E lui si arrabbia, giustamente, perché in quell’ espressione ritrova il qualunquismo di questi anni che è espressione di un disagio reale, ma che non porta a nulla, osserva l’ attrice. E per questo la sprona a far valere i suoi diritti. Quando lei gli con­fida che il suo sogno sarebbe di aprire un locale tutto suo, lui gli spiega che la tanto vituperata Europa mette a disposizione di chi si trova nelle sue condizioni dei fondi, che molto spesso non vengono usati, per aprire un’ attività commerciale. Basta solo informarsi».

Lo spettacolo Gli ultimi saranno gli ultimi risale al 2005: «Da allora non mi sembra che la situazione sia molto cambiata. In quegli anni c’ era già il precariato, ma si pensava che fosse solo una tappa verso il posto ­fisso. Oggi mi sembra ci sia più rassegnazione. Non sono contro la flessibilità in assoluto: il problema è quando perdi un lavoro e non ne trovi in breve tempo un altro. In questo modo diventa impossibile fare progetti a lungo termine».

Nel fi­lm c’ è una scena molto toccante: Monica racconta di aver fatto per quindici anni la cassiera nel supermercato dove ora va a fare solo la spesa e di aver perso il lavoro quando il suo posto è stato preso da uno scanner. E aggiunge con amarezza che questo fa risparmiare ai clienti appena due minuti di tempo. Il tema delle tecnologie che distruggerebbero il lavoro umano è antico e molto complesso: giustamente Paola osserva che noi non scriviamo documentari, ma storie e ci concentriamo sull’ aspetto umano delle situazioni. Nel ­film abbiamo descritto il rimpianto di una donna che oltre a essere brava nel suo lavoro, lo amava tanto che aveva sviluppato la capacità di inquadrare i clienti, se vivevano soli o no, se erano felici o depressi, in base ai loro acquisti. Detto questo, io adoro far la spesa al mercatino sotto casa, però quando sono di corsa vado anche al supermercato e mi sembra che anche quei due minuti di tempo che risparmio siano utili. In realtà, se ti fermi un attimo a pensare, capisci che non è così.

C’ è però almeno un aspetto che secondo l’ attrice è migliorato negli ultimi anni: la condizione femminile al lavoro. «Quando con Massimiliano Bruno ho scritto Gli ultimi saranno gli ultimi si parlava molto delle dimissioni in bianco, fi­rmate dalle donne al momento dell’ assunzione che sarebbero scattate in caso di gravidanza. Oggi ci sono delle norme precise contro questo odioso ricatto, anche se il lavoro femminile è ancora sottovalutato, anche su un piano culturale. Nel 2014 nel fi­lm Scusate se esisto interpretavo un’ architetta che, per far passare un suo progetto, si spaccia per un uomo. Dopo l’ uscita mi ha scritto una donna ingegnere per raccontarmi che aveva un collaboratore uomo. Quando presentavano insieme i loro progetti, automaticamente gli interlocutori guardavano lui. Insomma, c’ è ancora molto da fare...».

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