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Oscar della musica lirica: l'orchestra della Scala è la migliore al mondo


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L’ Italia continua ad essere la terra dell’ opera lirica. Lo riconoscono in tutto il mondo appassionati, turisti, televisioni specializzate ed esperti. E se di Oscar del cinema ce n’ è uno solo, tanti sono i premi internazionali che in qualche modo valgono come la mitica statuetta. Gli International Opera Awards rappresentano un vero “Oscar” per la musica lirica, soprattutto per i nomi dei vincitori delle varie categorie e per il prestigio della giuria e degli organizzatori che li assegnano: la rivista inglese Opera Magazine e la BBC.

Lunedì  9 la VI edizione ha portato sul podio due icone della musica del nostro Paese: il Festival Verdi di Parma premiato fra le rassegne, e l’ Orchestra del Teatro alla Scala premiata come migliore orchestra d’ opera del mondo.

E se sull’ affermazione del Festival non possiamo che compiacerci di una capacità di organizzare cultura il cui livello e le cui potenzialità sfuggono soltanto ai nostri pubblici amministratori, della seconda dobbiamo sottolineare la continuità di una qualità che la rende unica, ma che è frutto di un secolo e più di storia. Perché la musica in Italia, e soprattutto la musica lirica, ha prodotto - a partire dai Toscanini, dai de Sabata fino agli Abbado, ai Muti, ai Gatti ed ai giovani d’ oggi - musicisti in grado di elevare la qualità delle orchestre ed orchestre (prima fra tutte quella scaligera) in grado di spaziare su tutti i repertori. Una caratteristica, quest’ ultima, che non si ritrova affatto a livello internazionale.

L’ orchestra della Scala è un orchestra “da buca” capace di suonare Verdi e Wagner, il repertorio francese e Gluck (si pensi all’ ultimo Orphèe diretto da Michele Mariotti), Haendel (lo stupendo Tamerlano dello scorso settembre) ed Andrea Chénier (per l’ inaugurazione con Chailly). In una parola: tutto, e tutto con grandissima qualità ed un suono ed un colore che sanno mutare a seconda dell’ autore e della volontà dei direttori. Ma la statuetta consegnata al sovrintendente Alexander Pereira è solo uno stimolo per il complesso, non un punto di arrivo. Tanto che in questi giorni il Teatro continua il suo percorso fra autori ed epoche diverse. Passando da Don Pasquale di Donizetti diretto da Riccardo Chailly al Fierrabras di Schubert (in programma a giugno con Daniel Harding), attraverso il ritorno di Francesca da Rimini di Riccardo Zandonai (dal 15 aprile per la regia di David Pountney).

Un ritorno  affidato dopo 40 anni di assenza alla bacchetta di Fabio Luisi: un direttore fra i più colti, internazionali e conoscitori del repertorio europeo oggi in attività. E proprio Luisi parla a proposito della musica scritta nel 1914 dal trentenne Zandonai di un capolavoro che “raccoglie l’ eredità del verismo, ma non è verista, che non può non risentire di Wagner, ma che è scritta con una struttura bachiana”. Una partitura insomma che richiede una vera orchestra “da Oscar della musica”.

(Foto in alto: Ansa)

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