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Omicidio stradale: la legge ha risolto poco o niente

Pene troppo severe, fughe in aumento, effetti nulli. A otto mesi dalla sua entrata in vigore il bilancio è negativo


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Quanti sanno che oltre i 70 chilometri orari, nei centri urbani, in caso di incidente mortale provocato, si rischiano dai 5 ai dieci anni di carcere? O che se si parcheggia l’ auto in doppia fila e qualcuno ci va a sbattere contro, un’ auto o una moto, il proprietario dell’ auto è responsabile di omicidio stradale? O che se si tampona un automobilista che riscontra una prognosi di 40 giorni scatta la sospensione della patente per cinque anni? A meno che non scatti la “contrattazione” tra avvocati per “transare”. Abbiamo forse creato le condizioni per il mercato delle patenti sospese?

Questi e altri problemi ha introdotto la Legge 41 approvata nel marzo 2016 sull’ omicidio stradale, che prevede pene intermedie tra l’ omicidio colposo e l’ omicidio volontario, con l’ arresto in fl‡agranza di reato in caso di droga, alcol e mancato soccorso e l’ interdizione a vita dalla guida (il cosiddetto “ergastolo della patente”).

La percezione della legge è stata quella di un problema risolto per quei pirati della strada drogati o ubriachi fradici che provocano stragi. Pochi si rendono conto che siamo diventati tutti potenziali omicidi “da strada” con quel che ne consegue, a partire dalle pene che arrivano fino a 18 anni.

Dalla signora che sorpassa sulle strisce perché è in ritardo per andare a prendere i figli all’ asilo, al pensionato che ha preso una via contromano o va in retromarcia uscendo dal garage senza guardare il pedone che sta passando sul marciapiede, fino all’ automobilista che sta leggendo lo smartphone senza accorgersi che c’ è qualcuno che attraversa, rischiano tutti, non solo l’ ubriaco o il drogato al volante che fa una strage di ciclisti a duecento all’ ora.

Forse è anche giusto, poiché, come dice Ezio Bassani, comandante della Polizia locale di Serravalle Scrivia, esperto di sicurezza stradale, docente delle scuole di Polizia locale e direttore della rivista per operatori del traffico PL informa, «oggi chi guida un veicolo deve sapere che ha in mano uno strumento di morte». Ma, secondo Bassani, «manca la presa di coscienza. Chi sa che dopo un intervento chirurgico, per non rischiare di incorrere nel reato di omicidio stradale deve essere informato che per 30 giorni non può guidare, e chi va dal dentista non può guidare nelle successive ore? Purtroppo con l’ omicidio stradale gli incidenti non calano, le norme da rispettare sono sempre più numerose e complesse e noi operatori dobbiamo aggiornarci continuamente. Quanto agli automobilisti, divengono sempre più indisciplinati. L’ altro giorno hanno fermato un camionista che aveva un panino in una mano e una sigaretta nell’ altra».

Ma in quanti siamo consci dei rischi giuridici che corriamo? Non sarà che l’ omicidio stradale, applicato in tutta fretta come “legge manifesto” per accontentare le proteste e lo sdegno dell’ opinione pubblica dopo alcune terribili stragi, anziché metterci “sulla strada giusta” ha creato l’ impressione che la cosa riguardi altri e che finalmente si è risolto il problema? In questo caso la Legge 41 sarebbe solo un velenoso palliativo.

In primo luogo le pene paiono a molti giuristi sproporzionate rispetto alla gravità della condotta (che in ogni caso è colposa e non dolosa): chi si mettesse alla guida dopo aver fumato droghe leggere e causasse un incidente mortale, rischia di finire in carcere da otto a 18 anni; chi risultasse aver bevuto poco più del limite consentito (tasso alcolemico di 0,5 g/l) e superasse anche di poco il limite di velocità rischia, in caso di incidente mortale, il carcere da cinque a 10 anni. Cornici di pena, queste, che sono di un’ entità tale da escludere l’ applicazione della condizionale. Insomma, se una madre negli anni ’ 90 temeva che il figlio rimanesse vittima delle “stragi del sabato sera”, oggi lo vede uscire di casa temendo che finisca in galera per dieci anni e più. Questa normativa attualmente in vigore, e che già sta iniziando a essere utilizzata dalle procure nei processi iniziati negli ultimi mesi, presenta altri punti critici. In base ai primi dati disponibili – diffusi dall’ Associazione sostenitori amici della Polizia stradale – si può affermare, come già detto, sia inefficace: non calano gli incidenti, anzi aumentano i morti e i feriti (più 16,9%) rispetto allo stesso periodo dell’ anno scorso (aprile-maggio- giugno). Ancor più drammatico il dato delle omissioni di soccorso negli incidenti con morti, che registra un’ impennata del 20 per cento.

Infine, a differenza di quelle dolose, l’ effetto di “deterrenza” di pene molto dure è assai minore. Per non parlare dell’ aspetto rieducativo, che è uno dei principi della pena del diritto italiano e universale. Un diciottenne che, avendo fumato uno spinello, sbanda e uccide una persona, crea una tragedia, ma difficilmente uscirà migliorato dall’ esperienza di dieci anni di carcere.

Si rischia anche di incentivare condotte scorrette: non fermarsi a prestare soccorso. Le fughe dopo gli incidenti sono aumentate, accrescendo il pericolo che più innocenti muoiano. Insomma: la Legge 41 così non va. Ci vorrebbe quanto meno una messa a punto, a otto mesi dalla sua entrata in vigore.

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