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«Non è integrazione sobbarcarsi le rette dei figli di stranieri»


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Mi permetto di dire la mia sulla convivenza religiosa che dovrebbe cominciare sui banchi di scuola, dove però le insegnanti sono lasciate sole a gestire situazioni difficili, armate solo della loro buona volontà. I numeri che lei, caro don Antonio, ha fornito in merito a questo incredibile “esodo” di alunni stranieri nella scuola privata sono sicuramente veri per quella dell’ infanzia, dove spesso integrazione significa che gli italiani si sobbarcano le rette di molti bambini stranieri. Siamo sicuri che questa sia vera integrazione? Siamo sicuri che la religione islamica voglia integrarsi con quella cattolica? Io ho seri dubbi. E mi riferisco proprio alla scuola, dove il ruolo dell’ insegnante donna non mi pare molto considerato dagli stessi che vogliamo integrare. Sarebbe interessante una vostra inchiesta sui problemi che gli insegnanti incontrano con le classi miste, e sulle ragioni che spingono le famiglie a spostare i figli in istituti privati e cattolici. Francia e Belgio hanno fallito in questo percorso di integrazione e ora ne pagano le conseguenze.

CHIARA

L’ integrazione non è un concetto semplice, così come non è facile il suo cammino. Richiede impegno e cultura, e si snoda per lunghi anni. Così, ad esempio, è stato per integrare l’ Italia, spaccata in due tra “terroni” e “polentoni”. In qualche esercizio pubblico del Nord per anni sono stati esposti cartelli in cui era scritto: «Vietato l’ ingresso ai cani e ai meridionali». Oggi, per fortuna, tutto ciò fa parte della memoria. Allo stesso modo, bisognerebbe agire con gli stranieri. Integrarli non vuol dire annientare le loro religioni, culture e tradizioni. Tanto meno ghettizzarli, com’ è avvenuto in molte città della Francia e del Belgio. Il primo passo per integrare è una vera accoglienza. Poi occorrono conoscenza e rispetto reciproco. Il resto seguirà.

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