Noi, vescovi dei profughi

Oggi, a San Pietro, è stata celebrata alla tomba di Pietro per i morti di Lampedusa, molti dei quali etirei. Il cardinale Sandri: "Bisogna vincere l'indifferenza",

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“Siamo vicini alle popolazioni del Corno d’ Africa che vedono inesorabilmente dissanguarsi le migliori energie giovanili e con esse il proprio futuro”. Il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione delle Chiese orientali, celebra all’ alba la Messa per le vittime di Lampedusa, quasi tutte eritree, nelle Grotte vaticane sulla tomba di Pietro, insieme ad alcuni vescovi provenienti dall’ Eritrea e dall’ Etiopia. Alla concelebrazione hanno preso parte anche i vescovi delle Marche.

Sandri nell’ omelia ha spiegato che bisogna “vincere l’ indifferenza” e “prevenire le tragedie per evitare che la notte scenda troppo spesso sugli innocenti e sugli indifesi”. Nelle preghiere dei fedeli sono state ricordate le vittime di Lampedusa, uccise “dall’ incerto navigare e dall’ indifferenza degli uomini”. E si è pregato anche per i “soccorritori e per tutti quelli che si impegnano ad accogliere chi fugge dalla fame e dalla guerra”. Durante la Messa sono stati eseguiti canti in tigrigno, la lingua dell’ Eritrea. E’ la prima volta che in Vaticano si celebra una Messa speciale per le vittime eritree di un naufragio. L’ Eritrea guidata con il pugno di ferro dal dittatore Issaias Afwerki, uno dei più longevi signori dell’ Africa, al potere dal 1993, dopo aver guidato il movimento di liberazione dall’ Etiopia”, è un Paese dove la situazione dei diritti umani ricorda quella della Cambogia di Pol Pot e dei Khmer rossi. Alla messa erano presenti sacerdoti eritrei, tra cui padre Moses Zerai, portavoce dei vescovi cattolici eritrei, che vive tra l’ Italia e la Svizzera, che ha raccontato la vita spaventosa di quello che è ormai diventato un lager  cielo aperto: “Dall’ Eritrea fuggono lungo in Sudan circa 3 mila persone al mese e altre mille raggiungono l’ Etiopia”. L’ Eritrea conta 6 milioni di abitanti.

Ma la situazione del Paese non è affatto all’ attenzione della Comunità internazionale: “Va via la migliore gioventù e l’ esodo è di fatto favorito dal governo che si priva di possibili oppositori in grado di dar vita anche ad Asmara ad una possibile primavera e intanto incassa le rimesse dall’ estero e impone una tassa del due per cento alle famiglie dove ci sono persone riparate all’ estero”.

Una parte dei profughi per evitare le lunghe soste nei campi in Sudan e in Etiopia in attesa di un visto per i Paesi occidentali che non arriva mai si affida nelle mani dei trafficanti di uomini, che per una cifra tra i 6 e gli 8 mila dollari assicura un passaggio verso l’ Italia o verso Israele attraverso il deserto del Sinai. Padre Moses a nome dei vescovi eritrei chiede due cose: la possibilità per i suoi concittadini di richiedere asilo alle ambasciate in Eritrea e una diversa politica diplomatica il regime: “Invece di isolarlo e favorire una transizione molti Paesi intrecciano affari con la dittatura”. L’ Eritrea è un Paese strategico ricco di minerali e posto all’ incrocio delle rotte del mar Rosso e del Corno d’ Africa. Il regime è assai scaltro nel trattenere buoni rapporti con molti vicini tra loro nemici tra cui Israele e Iran.

All’ interno Afwerki ha costituito un vero e proprio Stato di polizia con spie e delatori ovunque, ossessionato dai complotti. Ha fatto arrestare e sparire nei campi di concentramento ministri a lui fedeli, oppositori politici e giornalisti. Anche le religioni sono nel mirino. Ha fatto arrestare il patriarca ortodosso per sostituirlo con un sacerdote suo fedelissimo, mentre i cattolici, il 5 per cento della popolazione, sono osservati speciali del regime con poche possibilità anche di parlare. La tragedia di Lampedusa e la richiesta fatta dagli eritrei in esilio di far rientrare le salme in patria sarà una prova per il regime, ma padre Moses è scettico: “Teme che si possa innescare una ribellione tra la popolazione, oggi praticamente tenuta in ostaggio della dittatura”.

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