Myanmar, minoranze religiose nel mirino

Nel Paese asiatico, a maggioranza buddista, è stata approvata una legge che discrimina cristiani e musulmani: restrizioni su conversioni, matrimoni misti e figli.

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Limiti e restrizioni per le conversioni religiose, per i matrimoni tra persone che professano fedi differenti, per la vita familiare: un duro colpo ai diritti e alla libertà dei cittadini, a partire dalle minoranze religiose, in Myanmar. Nel Paese asiatico, uscito nel 2011 dalla dittatura militare e avviato verso un processo di cambiamento politico, alcune settimane fa è stata approvata una controversa proposta di legge che le organizzazioni per i diritti umani hanno condannato come una grave discriminazione. 

La nuova legge, firmata dal presidente Thein Sein e inviata al Parlamento per il via libera finale, stabilisce che chi vuole convertirsi da una religione a un'altra dovrà seguire un iter burocratico molto complicato. Inoltre, le donne buddiste che intendono sposare uomini di altre religioni dovranno chiedere un permesso speciale alle autorità locali. Nel caso di obiezioni alla celebrazione delle nozze, se i coniugi violano la legge e si sposano comunque, saranno spediti in galera. La legge prevede anche l'introduzione di un progetto di pianificazione familiare, con l'imposizione di un numero limitato di nascite.

In Myanmar (ex Birmania) vivono quasi 60 milioni di abitanti divisi in 135 gruppi etnici: la grande maggioranza di essi è di religione buddista. La minoranza cristiana si identifica quasi esclusivamente con l'etnia Chin (l'1% del totale della popolazione birmana) che vive nella regione al confine con l'India. Negli anni passati, l'organizzazione Human rights watch ha denunciato il regime militare di perpetrare abusi e persecuzioni nei confronti di questa minoranza. 

I contrasti più forti sono quelli tra maggioranza buddista e minoranza musulmana Rohingya di lingua bengalese (circa 800mila persone in tutto il Paese) nello Stato occidentale di Rakhine al confine con il Bangladesh che dal 2012 è teatro di scontri violenti. Decine di migliaia di musulmani Rohingya sono stati costretti a lasciare le loro case ed emigrare verso i Paesi vicini. 

Lo scorso novembre, durante il vertice dell'Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico (Asean) ospitato in Myanmar, i monaci buddisti sono scesi per le strade per protestare contro il segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon che aveva usato nel suo discorso il termine ”rohingya”.
Ora, l'approvazione di questa legge:  un nuovo attacco contro i tentativi di convivenza pacifica e di dialogo tra gruppi etnici e religiosi.

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