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Monsignor Abou Khazen e Mahmoud Akam: il vescovo e il muftì per i figli della guerra

Ad Aleppo sono almeno 2 mila i bambini orfani o abbandonati. Cristiani e musulmani collaborano a “Un nome e un futuro”: un progetto di assistenza e animazione per restituire ai bimbi fiducia nella vita.


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La guerra cominciata sette anni fa, e che al di là delle apparenze continua ancora, anche se in tono minore, ha deturpato la Siria. Si contano oltre 400 mila morti, più di 5 milioni e mezzo di persone hanno lasciato il Paese e 6,5 milioni sono coloro che hanno abbandonato le loro abitazioni per cercare rifugio in altre zone. Ferite profonde in un corpo devastato, ferite che richiederanno anni per rimarginarsi, e che forse mai si potranno rimarginare.  

Eppure da Aleppo, la città divenuta simbolo di questo sanguinoso conflitto, arriva un segno carico di speranza: un’ iniziativa per soccorrere i bambini nati da donne vittime di stupri e abusi, spesso perpetrati dai ribelli jihadisti che a lungo hanno conteso la città all’ esercito di Bashar al-Assad. Piccole vite che qualcuno considera figli del peccato, marchiati per sempre agli occhi della gente, una piaga spesso tenuta nascosta per non creare scandalo.

HANNO BISOGNO DI TUTTO

I bambini e le loro madri non ricevono assistenza dallo Stato, vivono una condizione di emarginazione e sono bisognosi di tutto: cibo, vestiti, assistenza psicologica. «Per noi sono creature che più di altre necessitano di accoglienza e amore, un amore totalmente gratuito come quello che Gesù ha avuto per ogni persona», ragiona Georges Abou Khazen, francescano, dal 2013 vicario apostolico di Aleppo, promotore di un progetto in loro favore che già nel  nome ne esprime il senso e la finalità: Un nome e un futuro.

«Quando la battaglia in città si è conclusa, ci siamo resi conto dell’ esistenza di tanti bambini orfani o abbandonati, di cui non si conosce il padre e a volte neppure la madre, e che non sono stati registrati all’ anagrafe», racconta ancora il vescovo. «Vite anonime, di cui nessuno si cura, e proprio per questo bisognose di un’ attenzione speciale». Era necessario quindi dare un nome a quelle vite e costruire un futuro anche per loro, dentro una situazione generale di grande incertezza e precarietà.

UNA LEGGE PER LA CITTADINANZA

La preoccupazione di monsignor Khazen è stata condivisa dal muftì di Aleppo, Mahmoud Akam, e  si è avviato anche un percorso giuridico per chiedere al Parlamento una legge ad hoc che permetta di annoverare questi “figli della guerra” (almeno duemila solo in città) tra i cittadini dello Stato siriano. Mentre si muovono passi in questa direzione, vengono avviate iniziative concrete nel segno dell’ accoglienza e dell’ educazione.

Grazie a un finanziamento dell’ Ats Pro Terra Sancta, la Onlus a servizio della Custodia di Terra Santa, sono stati avviati corsi di arte e musicoterapia, attività sportive, ludiche e ricreative, oltre ad aiuti sul piano psicologico per curare le ferite profonde inferte dalla guerra.

Le iniziative vengono ospitate in alcuni spazi del Terra Sancta College di Aleppo. L’ obiettivo è ridare serenità e fiducia nel futuro a questi bambini. «Ne ho conosciuti personalmente alcuni talmente traumatizzati da non riuscire neppure a parlare», racconta Abou Khazen. «Dopo essere stati accolti nel nostro centro hanno riacquistato fiducia nella vita, il loro sguardo è cambiato, nei loro volti è tornato il sorriso. Per me e per il mio amico muftì è una grande gioia vedere queste vite che rifioriscono, è come una promessa di futuro che prende forma, una speranza che dà colore a un orizzonte che per troppo tempo era rimasto nero».

TUTTI I TRAUMI DELLA GUERRA

L’ Associazione Pro Terra Sancta sta raccogliendo fondi per provvedere ai bisogni essenziali  (alimenti, vestiti, beni di prima necessità, assistenza sanitaria), lavorare con i bambini al fine di sanare i traumi causati dalla guerra e fornire alle madri un’ occupazione che le metta in grado di sostenere le famiglie. L’ obiettivo del progetto Un nome e un futuro è l’ apertura di quattro centri di accoglienza ad Aleppo nell’ arco di dodici mesi per accogliere duemila bambini.

Khazen è consapevole che «è solo una goccia nel mare di bisogno in cui nuotano gli abitanti di Aleppo»: «Credo però che proprio ripartendo dai più deboli si possa alimentare la fiamma della speranza rimasta accesa nel cuore di tanti anche nei momenti più bui. Ora ci sono le premesse perché la città rialzi la testa e non mancano segnali incoraggianti: i servizi essenziali funzionano, l’ elettricità viene erogata per 16 ore al giorno dopo che per mesi ne potevamo usufruire in maniera precaria, molte fabbriche ed esercizi commerciali hanno ripreso l’ attività», dice il monsignore.

«Resta ancora tanto da fare per sanare le ferite rimaste aperte, e le Chiese − che nel corso del conflitto hanno fatto esperienza di quanto sia importante l’ unità tra i cristiani − lavorano per favorire una riconciliazione nazionale», dice ancora Khazen. «Con molti musulmani i rapporti sono buoni: sia con questo progetto sia con altre iniziative la gente ha conosciuto il volto della carità cristiana, che ha fatto breccia in tanti cuori».

FEDI DIVERSE, UN UNICO POPOLO

Khazen spera che non prevalga il disegno di chi vuole trasformare la Siria − da sempre esempio di convivenza multietnica e multireligiosa nel segno della laicità − in uno Stato islamico, e guarda con preoccupazione alla presenza di migliaia di combattenti stranieri ancora presenti nel Paese.

Ma ricorda anche gesti incoraggianti come quello del muftì Mahmoud Akam che, durante una cerimonia per ricordare due vescovi greco-ortodossi rapiti, ha alzato con la mano la carta di identità dicendo: «Abbiamo fedi diverse, ma questo è ciò che ci unisce: apparteniamo tutti a una stessa nazione, siamo parte di un unico popolo».

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