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"Quando anneghi non importa chi sei. Il mare ci rende tutti uguali"

Mentre infuria la polemica sull'imbarcazione Iuventa della Ong tedesca Jugend Rettet, sequestrata a Lampedusa per un'indagine su presunti contatti tra l'equipaggio e gli scafisti libici (su questo tema il sito di "Famiglia Cristiana" pubblicherà a breve un approfondimento), riceviamo e volentieri pubblichiamo un intervento personale di Regina Catrambone, co-fondatrice del MOAS, una delle Ong attive nel recupero dei migranti nelle acque internazionali a Nord della Libia. Il MOAS, che ha sede a Malta, ha sottoscritto il Codice di condotta per le Ong voluto dal Governo italiano per regolamentare le operazioni di salvataggio.


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(Copyright di tutte le foto: Jason Florio/MOAS.eu 2016)

 

Sono nata a Reggio Calabria e ho trascorso la maggior parte della mia vita vicino al mare. Per scelta o casualità del destino, vivo da sempre in prossimità del mare che è ormai una presenza radicata nella mia vita. Il mare non è per me soltanto un elemento geografico fine a se stesso, ma è un amico che mi consola con l’ incessante moto delle sue onde. L’ odore salmastro, le barche pronte a prendere il largo e la salsedine sono irrinunciabili.

 

Eppure i continui naufragi, nonostante la presenza di MOAS e altre entità SAR (sigla che sta per ricerca e salvataggio, ndr), offuscano la gioia che provo quando mi siedo in riva al mare che, da luogo di divertimento e serenità, si sta trasformando in un infinito cimitero liquido e senza nomi. Da quando con la mia famiglia ho fondato MOAS per diminuire le inutili tragedie nel nostro mare, pur non avendo viaggiato in lungo e in largo nel continente africano, mi sembra ormai di conoscerlo e quasi toccarlo con mano. Passati i momenti delicatissimi e frenetici del salvataggio dove ognuno di noi come equipaggio MOAS sa bene di lottare sospeso fra la vita e la morte, trascorro sempre del tempo coi nostri ospiti appena giunti a bordo. Ho incontrato persone provenienti dal Gambia, dalla Somalia, dalla Nigeria, dal Niger, dalla Libia, dalla Siria, dal Mali, dal Ciad, dal Ghana, dal Sierra Leone, dall’ Etiopia e dall’ Eritrea fra gli altri. E ognuna di queste persone mi ha regalato un pezzo del proprio Paese custodito nella memoria del cuore.

 

Giunti a bordo e finalmente salvi mentre noi ci riprendiamo dall’ intensa fase dei salvataggi, crollano tutte le barriere: emotive, linguistiche, culturali e religiose. A bordo della Phoenix non conta chi sei o da dove vieni, né cosa tu abbia studiato o fatto di lavoro: siamo tutti uguali. Non esistono salvati e salvatori: esiste un’ unica umanità che si incontra in circostanze tragiche, ma emozionanti per il desiderio stesso di condividere ciò che si porta con sé. Non ha importanza se si parlano lingue diverse, incomprensibili fra loro, perché la voglia di comunicare vince ogni barriera linguistica. Si ricorre ai gesti e all’ universale linguaggio dell’ amore e della misericordia fraterna e reciproca.

Sì, reciproca. Perché tutto avviene come uno scambio a bordo della nostra nave: non siamo solo noi a provare misericordia e compassione nei confronti di chi salviamo dopo un viaggio che nessuno vorrebbe mai provare in vita sua, ma sono anche loro che ci confortano vedendoci stremati dopo ore di tensione durante il salvataggio. Compassione significa infatti “soffrire con”, “soffrire insieme” e rimanda alla capacità di fare propri sentimenti ed emozioni altrui, immedesimandoci in trascorsi o esperienze non vissute personalmente. Ed è questo che succede dopo i salvataggi: noi comprendiamo ciò che hanno trascorso e loro “provano” la nostra stessa stanchezza o l’ amarezza se ci sono state vittime in mare. Nel loro sguardo di amore rivolto verso ciascun membro dell’ equipaggio MOAS, nelle loro mani che prestano aiuto a distribuire cibo e coperte emerge la nostra umanità condivisa: è proprio questo reciproco aiuto che rende speciale la nostra missione e smentisce le tante fake news secondo cui chi arriva con questi viaggi della morte, non vuole far nulla se non farsi mantenere alle spalle dello stato che accoglie.

 

La mia esperienza contraddice totalmente queste dicerie infondate perché coi miei occhi osservo sempre come, al di là della stanchezza e del bisogno di riposare dopo un viaggio così spossante, siano tutti e tutte in attesa di cominciare la loro nuova vita il prima possibile. A bordo non vedono l’ ora di rendersi utili, di ricambiare l’ aiuto ricevuto mentre ormai credevano che sarebbero morti in mare. In maniera assolutamente libera e spontanea, decidono di partecipare alle attività a bordo per aiutare chi ancora non riesce a recuperare le forze. Purtroppo poi, una volta sbarcati e smistati nei vari centri di accoglienza, le loro speranze sono spesso brutalmente disattese e infrante. Si trovano intrappolati in un sistema incapace di gestire gli arrivi e valorizzare le persone con l’ unico risultato di veder mortificato il proprio talento, di cui tutti noi veniamo privati.

 

La retorica negativa che avvolge le migrazioni attuali dipinge frequentemente le persone come “parassiti” o “nullafacenti” e ignora volutamente che si tratta spesso di persone istruite che magari nel proprio Paese avevano un lavoro dignitosissimo e uno status sociale rispettabile. Ignora anche che moltissimi, invece, non hanno avuto la possibilità di istruirsi e sono in fuga proprio per migliorare le proprie condizioni di vita. Tuttavia, si preferisce dipingerli come dei profittatori, invece di domandarsi seriamente quanto talento si spreca quotidianamente  e quanti errori si commettono nel negare una accoglienza degna di questo nome.

 

Il mare, però, annulla ogni differenza e ci rende veramente uguali l’ uno all’ altra: quando anneghi non importa da dove vieni, né se sei ricco o povero, colto o ignorante. Lo stesso vale per quando salvi qualcuno: chiunque tu sia, in quel momento conta solo la tua mano tesa per aiutare chi ne ha bisogno. E poi, vi parlerete con un linguaggio che nasce dal cuore e arriva direttamente agli occhi, superando ogni incomprensione linguistica.

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