Quel bimbo lasciato nella ruota

E' accaduto presso la clinica Mangiagalli di Milano. Gli è stato dato il nome Mario, sta bene, anche se necessita di cure perché nato prematuro. Verrà adottato in tempi brevi.

Pubblicità

Il caso ha già fatto il giro del globo. Un neonato di pochi giorni è stato affidato ieri nel tardo pomeriggio presso la Clinica Mangiagalli di Milano alla “Culla della Vita”, una versione moderna della ruota degli esposti di medievale memoria. Il piccolo indossava una tutina azzurra e la madre, o chi per essa, gli ha lasciato in dote un biberon contenente latte materno per i primi soccorsi. Al bimbo è stato dato sia il nome – “Mario”, in onore di santa Maria Goretti, la santa bambina ricordata appunto ieri nel calendario liturgico della Chiesa – che il cognome, “Mangiagalli”, dal medico e sindaco di Milano morto a Milano il 3 luglio 1928 e fondatore della clinica che da lui ha preso il nome.

Il personale medico del nosocomio meneghino ha preso subito in carico il bambino, trovato comunque in buone condizioni fisiche. Il direttore medico di presidio della Mangiagalli, Basilio Tiso, ha dato il timing dei prossimi giorni: «Mario è nato prematuro, pesa solo 1,7 chili e dovrà restare in ospedale per 2-3 settimane. È leggermente itterico e dovrà andare sotto la lampada». La prognosi verrà sciolta definitivamente solo all’ inizio della settimana entrante, dopo di che verrà studiato dal Tribunale dei minori il miglior modo di procedere all'adozione.

Installata nel 2007 alla Clinica Mangiagalli la Culla della Vita è stata utilizzata ieri per la prima volta. «Un gesto di disperazione che è un grido d'aiuto e allo stesso tempo monito per tutti noi: dalle istituzioni alla società civile», ha dichiarato il professor Ernesto Caffo, Presidente di SOS Telefono Azzurro Onlus commentando la notizia. «Tutti, dal mondo politico a quello istituzionale e associazionistico abbiamo una grande responsabilità: lavorare perché, soprattutto in un’ epoca storica di grande incertezza economica non siano le famiglie a pagare il prezzo della crisi e non siano, ancora una volta, bambini e adolescenti i più colpiti. Il rigore deve essere accompagnato alla crescita e la crescita di un Paese, a sua volta, si misura nel sostegno che si dà alle famiglie e alle nuove generazioni», ha poi concluso.

Leggermente critica verso le culle della vita invece Paola Bonzi, storica fondatrice del Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli. «Se può servire anche solo per un bambino, le culle vanno benissimo, anche se devo dire che non mi hanno mai convinto del tutto. Personalmente, anche se il Movimento per la Vita le sostiene da sempre, ritengo che sia più utile investire risorse sull’ informazione preventiva della donna», dice la Bonzi. «Basta che una donna in sala parto dica, sapendolo prima che può farlo, che non vuole riconoscere il suo bambino ed è fatta: al parto il figlio viene preso in carico dai servizi sociali e subito dato in adozione», prosegue. «Se la mamma di Mario fosse stata adeguatamente informata durante la gravidanza di poter affidare ad altri il suo bimbo e avesse quindi affrontato il parto senza paura in sala parto invece che a casa, oggi questa donna avrebbe conservato un anonimato più sicuro – a casa sua qualcuno saprà di certo – e avrebbe permesso al suo piccolo di essere messo subito in incubatrice invece che qualche giorno dopo, visto che è nato prematuro». E infine una domanda destinata a restare senza risposta: «A livello psicologico che esiti ci saranno per questa donna? Affidarlo ai medici o abbandonarlo in una culla sono due azioni, rispetto a una cosa così importante come un figlio, con conseguenze decisamente diverse».

La clinica Mangiagalli di Milano
Pubblicità