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In fuga dai disastri ambientali, i migranti del prossimo futuro

"Fare una distinzione tra rifugiati e migranti economici, cioè chi scappa dalle fame e non dalle guerre, è profondamente ingiusto". Lo ha dichiarato il prefetto Mario Morcone, capo del dipartimento Libertà civili e immigrazione del ministero dell'Interno, alla presentazione del secondo Rapporto sulla protezione internazionale in Italia.


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Trentatré guerre in atto alla fine del 2014; 19,5 milioni di rifugiati fuori dal loro Paese di origine; 38,2 milioni di sfollati interni; 59,5 milioni di migranti forzati, uomini, donne e bambini stradicati dai loro luoghi di residenza, 8 milioni in più rispetto al 2013.  Sono alcuni dei dati rivelati dal secondo Rapporto sulla protezione internazionale in Italia, a cura di Caritas italiana, Fondazione Migrantes, Associazione nazionale Comuni italiani, Cittalia, Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) in collaborazione con l'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati. Il rapporto è stato presentato ad Expo, all'incontro "Le migrazioni forzate nel mediterraneo e nel resto del mondo. La terra, fattore di espulsione". 

Il 2015 ha visto un acuirsi dei problemi a livello mondiali e un radicamento delle situazioni di violazione dei diritti umani. La Siria rappresenta oggi la più grave crisi umanitaria dalla Seconda guerra mondiale. L'esodo di massa, le grandi migrazioni verso l'Europa sono un fenomeno destinato a continuare, un'emergenza che pone sfide complesse e difficili da gestire.

La Siria è diventata il primo Paese al mondo per numero di rifugiati
(superando l'Afghanistan): poco meno di 4 milioni presenti in 107 Paesi. «Ho abitato in Siria per tre anni», racconta Laurens Jolles, delegato dell'Unhcr per il Sud Europa, «prima del conflitto la Siria era una dittatura molto autocratica, però la gente - a parte i dissidenti - in generale non partiva, si imponeva una sorta di autocensura e restava. Ora, con la guerra, tutto è cambiato. Tutti i miei amici siriani sono scappati. In Siria ci sono 7 milioni di sfollati, e molti affrontano più sfollamenti consecutivi in diversi luoghi; alcune zone del Paese si trovano in povertà estrema, le forniture di acqua ed elettricità sono carenti. Il Libano ha accolto 4 milioni di rifugiati: significa uno ogni tre libanesi». Un numero altissimo: se lo compariamo con l'Italia, è come se qui avessimo 20 milioni di rifugiati.  «Libano, Giordania e Turchia, che assorbono il maggior numero di siriani fuggiti, sopportano una situazione estremamente difficile, soprattutto ora che gli aiuti della comunità internazionale sono diminuiti. Anche la Grecia sta affrontando una grande emergenza: in tutte le isole vicine alla Turchia arriva un gommone dietro l'altro, migliaia di migranti ogni giorno».

Secondo il Rapporto, nel 2014 sono state presentate in totale nei 28 Paesi Ue 626.715 domande di protezione internazionale. La Germania è il primo Paese per numero di richieste; seguono la Svezia e l'Italia (che con la Germania coprono il 56,5% delle domande), poi la Francia e l'Ungheria. Nel mondo i richiedenti asilo sono 1,8 milioni, ma le regioni che ospitano il maggior numero di rifugiati sono quelle in via di sviluppo (che assorbono l'86% del totale, 12,4 milioni di rifugiati). Al primo posto c'è la Turchia, con 1,6 milioni nel 2014. 

Il fenomeno dei rifugiati investe solo per il 10% l'Europa; di questa percentuale solo il 3% arriva in Italia. Nel 2014 sulle coste italiane sono arrivati 175mila migranti; le domande di protezione internazionale sono state 65mila; 25mila nei primi cinque mesi del 2015. La percezione europea ed italiana è che tutto il peso delle migrazioni ricada sulle nostre spalle. Invece non è affatto così. E di fronte a questo fenomeno, sottolinea don Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, la coesione e la solidarietà dell'Europa sono state messe a dura prova. Sul diritto di protezione internazionale l'Unione si è dimostrata molto debole.
 

A ribadire la disunione dell'Europa in tema di immigrazione e rifugiati è stato il prefetto Mario Morcone, capo del dipartimento Libertà civili e immigrazione del ministero dell'Interno. Fra le ombre della politica europea in materia, Morcone ne individua una in particolare: «Ora si parla tanto degli "hospot" (ovvero i centri allestiti per identificare i migranti), che rappresentano una modalità di lavoro comune tra le istituzioni dei Paesi europei, le agenzie europee e i partner internazionali. Ma ho una preoccupazione: va molto di moda distinguere tra i rifugiati, coloro che fuggono da guerre e dittature, e i migranti economici, chi fugge dalla mancanza di lavoro, dalla povertà, dalla fame. Secondo queste definizioni, rifugiati sono solo siriani ed eritrei. Gli altri, ad esempio, afghani, nigeriani, somali, sono migranti economici. Questa distinzione è inaccettabile, parliamo di persone.  E questa semplificazione ci porta a un arretramento nei diritti che abbiamo conquistato in questi anni».

Come sottolinea Oliviero Forti, responsabile immigrazione di Caritas italiana, abbiamo un sistema di protezione internazionale per coloro che fuggono dalle guerre, ma «non siamo in grado di proteggere coloro che scappano dalla fame, con il rischio di creare migranti di serie A e di serie B». Si fugge dalle guerre, certo; ma si fugge anche dalle diseguaglianze economiche, dalla fame, dalla mancanza di accesso ai beni primari a causa del land grabbing (accaparramento delle terre) e dei disastri climatici e ambientali. In molti Paesi la terra violata, distrutta, sfruttata in modo iniquo, respinge i suoi abitanti, diventa motivo di fuga. «Pensiamo alla sparizione di alcune piccole isole del Pacifico nel prossimo futuro», aggiunge Jolles. «In questo caso, cosa succederà agli abitanti di quelle isole, che si ritroveranno ad essere degli apolidi? Sempre di più nel futuro vedremo persone costrette a fuggire per motivi ambientali. Purtroppo, oggi, a questo problema non sappiamo ancora dare una risposta». 

(foto Reuters)

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