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Migranti, affidarne i soccorsi alla Libia significa respingerli

Un verbale della riunione dell’ Organizzazione mondiale del mare del 30 ottobre scorso svela la contrarietà di creare un coordinamento libico dei salvataggi nel Mediterraneo. Ma giovedì scorso la nave della Ong spagnola Open Arms è stata affidata proprio alle motovedette di Tripoli come ha spiegato anche la Guardia Costiera italiana. Ora cominciano i respingimenti collettivi per conto terzi?


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Torna il Caos Mediterraneo, tornano le accuse alle Ong impegnate nel salvataggio dei migranti nelle acque tra la Libia e l’ Italia. E tornano veleni, narrazioni tossiche, post sui social carichi di razzismo. Giovedì 15 marzo, primo pomeriggio. A 73 miglia dalle coste libiche – ovvero in acque internazionali – la nave dell’ organizzazione spagnola Open Arms interviene su un naufragio che coinvolge più di 200 profughi. Il gommone era stato avvistato dai mezzi aerei italiani, che a loro volta avevano passato l’ informazione all’ IMRCC, il centro di coordinamento delle operazioni di Search and Rescue (ricerca e salvataggio, in sigla SAR) gestito dal comando generale della Guardia costiera italiana. La nave della Ong, quando arriva sul punto del naufragio, si trova davanti una motovedetta della Guardia costiera libica: «Allarme! A 73 miglia dalla costa le guardie costiere libiche minacciano la nave con bandiera spagnola di sparare per uccidere se non consegniamo le donne e i bambini che abbiamo salvato», scrive alle 16.14 Oscar Camps, direttore di Open Arms, su Twitter. La tensione sale velocemente. Gli spagnoli decidono di recuperare lo stesso in mare i profughi, ignorando le minacce dei libici. Dopo ore di braccio di ferro la nave di soccorso riparte e chiede a IMRCC di Roma dove poter sbarcare, annunciando di avere anche situazioni mediche difficili a bordo. Per ore non arriverà nessuna risposta.

La versione della Guardia costiera italiana è sorprendente: «Nella giornata odierna l’ unità ONG dirigeva verso nord ovest, con i naufraghi a bordo, in attesa che lo stato di bandiera, la Spagna, come prevedono le normative internazionali, concordasse con uno Stato costiero, il porto di destinazione dei naufraghi». Una procedura, che ha rallentato il rientro della nave, mai seguita prima. Alla fine, dopo ore di navigazione e pressioni da parte spagnola sulle autorità italiane, alla Open Arms viene assegnato il porto di Pozzallo. Ad attenderli c’ era anche la Squadra mobile di Ragusa, che ha prelevato il team leader della missione e il capitano della nave, portandoli negli uffici della Questura, dove sono stati interrogati per ore. Il clima, ancora una volta, è cambiato, sono lontane le immagini dei marinai italiani che salutavano le operazioni salvataggio di Mare Nostrum con cori “Welcome to Europe”.

Che cosa sta accadendo? Le norme internazionali sui salvataggi prevedono una procedura precisa (qui il link che spiega la procedura: http://www.imo.org/en/OurWork/Facilitation/personsrescued/Documents/MSC.167(78).pdf#search=search%20and%20rescue%20region). Il Centro di Ricerca e Salvataggio che riceve la segnalazione deve avvisare l’ omologo MRCC più vicino all’ evento, trasferendo il coordinamento. Ed ecco quello che ha dichiarato la Guardia costiera italiana in un comunicato stampa: «La Centrale Operativa informava tutte le MRCC prossime all’ area in questione, avvisando nel contempo le unità navali in transito nella zona di interesse. Il coordinamento veniva assunto dalla Guardia Costiera libica. Per entrambi gli eventi (erano due le imbarcazioni in distress, ndr) rispondeva l’ ONG Open Arms, a conoscenza dell’ assunzione del coordinamento da parte della Libia».

Affidare il coordinamento dei soccorsi alla Guardia costiera libica da parte dell’ Italia non ha basi legali a livello di convenzioni internazionali

Un’ affermazione che implica da parte delle autorità italiane il riconoscimento formale dell’ esistenza di un centro di coordinamento per il salvataggio della Libia. Nei documenti ufficiali dell’ International Maritime Organization, ovvero l’ organismo internazionale che regolamenta la navigazione, non risulta, però, mai riconosciuto un centro di coordinamento di Tripoli. La Libia aveva presentato una dichiarazione di riconoscimento di una propria zona di Salvataggio (SAR) lo scorso luglio, richiesta poi ritirata il 10 dicembre del 2017. In una riunione dell’ IMO del 30 ottobre 2017 (link: http://bit.ly/2IzIi1N), che ha visto la partecipazione delle agenzie Onu, delle organizzazioni internazionali dei trasporti marittimi e dell’ Unione europea, il tema del riconoscimento di una SAR zone libica era stato ampiamente discusso. La posizione degli operatori marittimi internazionali (le associazioni delle compagnie di navigazione e dei lavoratori portuali) era di contrarietà rispetto alla creazione di un organismo libico di coordinamento dei salvataggi.

Una proposta ritenuta problematica. Le autorità europee di Eunavformed (la missione navale di controllo delle frontiere Sud) e l’ Italia, al contrario, avevano apertamente appoggiato l’ affidamento delle operazioni SAR alla Libia, come si legge nel verbale della riunione dello scorso ottobre. In ogni caso fino a oggi non è stato mai costituito legalmente un centro di coordinamento delle operazioni di salvataggio in Libia, come è possibile vedere dalla mappa pubblicata sul sito di contatto mondiale per le operazioni di salvataggio gestito dalla Guardia Costiera Canadese (link: https://sarcontacts.info/srrs/tr_med/).

Dunque l’ affidamento del coordinamento delle operazioni di recupero dei migranti alla Guardia costiera libica da parte dell’ Italia non ha basi legali, almeno a livello di convenzioni internazionali. Quest’ ultimo salvataggio operato da una delle poche Ong rimaste nella zona tra la Libia e l’ Italia potrebbe segnare una svolta, ancora una volta traumatica, nella gestione dei flussi migratori e, soprattutto, dei salvataggi dei profughi.

Affidare la gestione delle operazioni alla Guardia Costiera libica significa, di fatto, operare un respingimento collettivo, visto che le motovedette di Tripoli riportano in Libia tutti i naufraghi. E ad attenderli c’ è l’ inferno già raccontato nei mesi scorsi dei centri di detenzione, con condizioni disumane che la stessa Guardia Costiera italiana aveva denunciato nel report annuale sui salvataggi, relativo al 2017, pubblicato pochi mesi fa: «Occorre evidenziare», si legge nel documento consultato da Famiglia Cristiana, «le precarie condizioni di salute dei migranti che, già prima della partenza dalle coste libiche, sono debilitati dalle condizioni di vita caratterizzate da grave malnutrizione, condizioni sanitarie precarie, torture e soprusi di ogni tipo».

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