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«Io, bambino a Salò, vidi la morte in faccia»

Luigi Parodi, classe 1934, aveva solo 10 anni quando insieme ai genitori vide la morte in faccia, la sua famiglia andare in frantumi e un viaggio avventuroso per mettersi in salvo mentre fuggiva braccato dai partigiani che sparavano: «Quando mio padre vide il cadavere di Mussolini disse: "La mia vita è finita". Io pensai che volesse suicidarsi»


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Il 25 aprile dei vinti è un miscuglio di affetti e ricordi tristi. «Ancora oggi ho qualche difficoltà a festeggiare», confessa Luigi Parodi, classe 1934, giornalista in pensione, «però capisco benissimo che la maggior parte del Paese lo faccia. In fondo è giusto così».

Nessuna voglia di revisionismo, mette subito in chiaro. «È un’ accusa che proprio non capisco», spiega scandendo piano le parole, «alle ultime elezioni ho votato Pd. Ho una figlia attivista di sinistra. Non sono mai stato un nostalgico». Il 25 aprile del 1945 aveva appena 10 anni, vide la morte in faccia, la sua famiglia andare in frantumi e un viaggio avventuroso per mettersi in salvo mentre fuggiva braccato, insieme ai suoi genitori, dai partigiani che sparavano («ma in quel momento, per noi, erano soltanto dei banditi armati», chiosa). Suo padre, Alberto, fascista della prima d’ ora, era un militante molto in vista a Genova.

«Conservava orgoglioso il gagliardetto della Marcia su Roma», ricorda. Dopo un’ esperienza da cronista al Giornale di Genova, passò al Corriere Mercantile che diresse dal 1944 all’ aprile dell’ anno dopo. Dopo l’ 8 settembre ’ 43 i tedeschi gli ordinano di far ripartire le rotative e fare un foglio a sostegno della Repubblica sociale italiana, colpo di coda del regime agonizzante. E così avvenne. Fino a quell’ aprile fatidico, appunto, quando Luigi con i suoi genitori è costretto in fretta e furia a fuggire da Genova. Alcune autorità fasciste organizzano un’ autocolonna, direzione Milano. «Salimmo su una specie di corriera, eravamo circa un centinaio», ricorda. Dopo poche ore, in mezzo alla Pianura padana, il convoglio viene attaccato da alcune avanguardie della milizia partigiana che fanno fuoco. «Noi non vedevamo nulla, sentivamo solo gli spari», dice. A Milano riescono comunque ad arrivare e si fermano solo una notte. «Ricordo che ci fecero dormire in un palazzo».

La mattina dopo si riparte subito per Como. «Le notizie, scarse e frammentarie, erano che i tedeschi ci avrebbero protetto lungo il tragitto», racconta Luigi. A metà strada un altro attacco sferrato, stavolta, da alcuni caccia inglesi e americani. «C’ era un casolare isolato, ci riparammo lì dentro», spiega, «io stavo con mio padre. Mia madre era più lontana». Gli occhi di Luigi si fanno umidi: «Saremmo potuti morire». Uscirono indenni. Solo la piccola valigia con gli effetti personali venne colpita di sbieco da un proiettile che la bucò. «Poi la rattoppammo. La conservo ancora oggi». La casa dove avevano trovato rifugio apparteneva a un medico. «Dopo il mitragliamento io e papà cercammo mia madre che per ripararsi s’ era messa dietro un armadio di vetro dove il padrone di casa teneva i farmaci fatti in casa e gli attrezzi del mestiere».

«Quando mio padre vide il cadavere di Mussolini disse: “La mia vita è finita”»

Il viaggio prosegue. Arrivati a Como, in piazza, si ritrovano con le altre colonne arrivate da diverse zone del Nord in cerca di protezione e soprattutto indicazioni sul da farsi. Dal balcone di un palazzo si affacciò Alessandro Pavolini, segretario del Partito fascista repubblicano e organizzatore delle Brigate Nere. «Ricordo ancora il suo urlo: "Camerati, la Repubblica sociale è finita. Si salvi chi può"». Da quel momento in poi la colonna si sciolse e non c’ era più nessun tipo di tutela. «Dovevamo arrangiarci da soli», racconta Luigi.

Per prima cosa saltano su un vaporetto che portava ad Argegno, nella parte nord-occidentale della provincia comasca, a un tiro di schioppo dal confine svizzero. «Quando stavamo per attraccare, però, alla vista dei partigiani alcuni delle Brigate Nere spararono. Quelli ovviamente risposero». Per fortuna, alla fine riescono a scendere. «Fu uno shock: per la prima volta eravamo in territorio nemico, alla mercé di gente che sparava». I gerarchi fascisti, intanto, avevano dato al papà di Luigi una carta d’ identità falsa da cui risultava che si chiamasse Alberto Prina (il cognome da ragazza di sua madre), di fare il rappresentante commerciale e di essere residente a La Spezia dove l’ ufficio anagrafe era stato distrutto dai bombardamenti e non c’ era possibilità di controllare.

«Grazie a quei documenti riuscimmo a trovare una stanza in albergo», dichiara. Oltre ai documenti, ad Alberto avevano dato anche una pistola Beretta. «Ma mio padre, approfittando di una passeggiata sul lungolago, la buttò immediatamente in acqua. Non voleva grane, era pericolosissimo girare armati».

Poco distante da lì, intanto, a Giulino di Mezzegra, Benito Mussolini e la sua amante Claretta Petacci vengono giustiziati. Sono passate da poco le 16 del 28 aprile. Tutti i cadaveri, insieme a quelli dei gerarchi fascisti trucidati a Dongo, vengono caricati su un cassone per essere portati a Milano. «Quel pomeriggio eravamo nella nostra camera quando sentimmo un gran vociare e un forte trambusto», ricorda Luigi, «i miei genitori si affacciarono dal balcone, io dietro di loro. Videro i cadaveri caricati su un cassone di camion. Mi strattonarono subito affinché non vedessi perché ero troppo piccolo. Era uno spettacolo raccapricciante. Poi, rientrato dentro, mio padre disse: "La mia vita è finita". Io la interpretai come una volontà suicida».

I destini della sua famiglia si sbriciolarono d'un colpo. Il padre di Luigi, infatti, qualche mese dopo viene espulso dall’ Ordine dei giornalisti per aver diretto un giornale fiancheggiatore del Regime e costretto a trovarsi un altro lavoro. Ironia del caso, si mise a fare proprio il rappresentante commerciale (per la prestigiosa casa editrice Longanesi) come era indicato nella falsa carta d’ identità. Il ritorno a Genova per Luigi non fu meno avventuroso. «Il capo partigiano locale si offrì di portarci con il suo carro a Como», ricorda, «tra noi si erano sviluppati buoni rapporti». Da Como, con un treno delle Ferrovie Nord, la famiglia Parodi arriva a Milano. Qui si ferma per una notte ospite di un collega del papà di Luigi. Poi in corriera fino a Pavia, da qui verso il Po e poi fino a Voghera, da dove prendono il treno per Genova. «Tornati a casa, mia nonna mi disse che avevano cercato mio padre per arrestarlo», spiega. Alberto fu poi processato e assolto: «Per tutta la durata del processo rimase nascosto a casa di sua sorella per proteggere noi».

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