Luca Sapio, il soul all'italiana

Il talento 37enne ha vinto il Premio italiano per la musica indipendente con un album in cui mescola sapientemente diversi generi. «Il segreto sta nell'essere persone vere», dice.

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Luca Sapio, nuovo talento della scena musicale italiana, ha vinto il Premio italiano della musica indipendente per il miglior album con Who Knows (Ali Buma Ye Records). Prodotto in collaborazione con Tommy “TNT” Brenneck, il disco mescola sonorità jazz, soul e blues con una maestria unica. Sulle pagine di FamigliaCristiana.it il musicista racconta la genesi dell’ album, e il suo amore per il soul.  

Perché ha deciso di incidere Who Knows?
«Who Knows" è un debut album che arriva ai miei 37 anni. Un disco che arriva tardi perché ho aspettato di raggiungere una maturità artistica che potesse tradursi in una credibilità nei confronti degli ascoltatori. È un album fondamentalmente di blues, dove vengono raccontati in maniera semplice i temi legati alla strada e ai quartieri popolari che ho sempre abitato e dove ho vissuto».

Lei è partito dalla provincia italiana ed è arrivato fino a New York, dove ha registrato un album con uno dei produttori americani più importanti. Ci sveli il segreto di questa rapida ascesa...

«Nessun segreto. Credo che oggi sia molto importante essere onesti e presentarsi per quello che si è. La mia è una musica semplice, gli americani direbbero three chords and the truth e questo mi ha aiutato. L'onestà dei miei contenuti, mi ha consentito di avere un'opportunità».

In Italia il soul è considerato un genere di nicchia. La sua passione per questo tipo di musica da dove nasce?
«La passione è legata alla mia infanzia. mio padre è un grande collezionista di musica afroamericana e ho passato parte dei miei pomeriggi a guardare quelle copertine fatte per lo più di ritratti in bianco e nero di volti estremamente segnati dalla vita e ascoltando quei dischi si percepiva attraverso ogni nota la  consapevolezza di avere un'opportunità, quella di essere ascoltati. Spesso le registrazioni degli anni prima della guerra avevano quel pathos incredibile che poi ha influenzato il modo di approcciare le session in studio e di suonare dei musicisti degli anni 60. Howling Wolf diceva "io non sono un chitarrista, sono anima"».

Non crede che sia difficile che la sua musica possa avere successo in Italia?
««Lo è. È quasi impossibile. L'italia vive un processo di impoverimento culturale che rispecchia la voragine in cui stiamo precipitando. Nessuno cerca più risposte in una canzone. La musica è diventata una sorta di "gadget" dal bassissimo livello di longevità, qualcosa da scaricare e consumare nel giro di pochi giorni. La soglia dell'attenzione dell'utente medio è scesa sempre di più e sicuramente un disco in inglese con delle sonorità poco ammiccanti non aiuta. Devo ammettere però che, suonando dal vivo, le cose cambiano. La gente ha la possibilità di vedere se dietro quell'mp3 avuto per chissà quale via traversa ci sia davvero una storia, un'anima, una persona vera».
       
Quali sono i suoi progetti per il futuro?
«Suonare ovunque sia possibile».

Qui potete ascoltare la bellissima Pocketful of Stones di Luca Sapio.
 

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