Europei 2012, calcio e diritti (umani)

Gli Europei di calcio in Ucraina e il caso Timoshenko riportano d'attualità il tema del boicottaggio. Parla lo storico Sergio Giuntini: "Lo sport non può vivere fuori dal mondo".

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Il tema del boicottaggio ricorre a ridosso delle grandi manifestazioni sportive come un mantra. Sempre all'ultimo e sempre tardi, se ne riparla ogni volta che un grande evento sportivo sfiora un Paese non impeccabile sul piano dei diritti. Specularmente il mondo dello sport replica rivendicando la propria neutralità. Un dubbio: si tratta di neutralità vera o presunta? Oggi il dibattito sorge attorno agli  Europei di calcio e al caso Timoshenko che mette in questione il problema dei diritti in Ucraina. Intanto il Comitato olimpico affronta il caso spinoso dell'Arabia Saudita determinata a mandare a Londra una squadra senza donne a dispetto della carta olimpica. Vinceranno i diritti delle donne o i petrodollari?

Ne parliamo con Sergio Giuntini, storico dello sport, autore di numerosi saggi in tema di sport e politica, docente di Storia dell'Educazione fisica all'Università di Roma Tor Vergata. Ne parliamo con il sospetto che lo sport d'alto livello in realtà, al di là dei proclami, abbia quasi sempre, e neanche tanto velatamente, fatto parte di una di una ragion di Stato.

Prof. Giuntini, è giusto chiedere allo sport di schierarsi o è un problema mal posto?
«Sono in minoranza, ma credo che lo sport debba assumersi maggiori responsabilità. Ormai è un fenomeno planetario, in cui le masse si identificano in un modo che non ha paragoni. Non può permettersi di vivere scollegato dal mondo, di non porsi il problema dei valori che veicola».

Non c'è il rischio che in questo modo, chiedendo agli atleti di boicottare, quando i giochi sono fatti, si faccia il "Vai avanti tu che mi viene da ridere", anziché pensarci per tempo?
«Indubbiamente sistema sportivo ha gravi responsabilità nell'assegnazione degli eventi. Io credo che il Cio, la Fifa, l'Uefa, prima di accettare una candidatura dovrebbero pretendere uno standard minimo di diritti civili. Che l'Ucraina fosse un Paese a libertà limitata era noto a tutti. Sono stati assegnati i Giochi olimpici alla Cina e non è che fosse un esempio di democrazia. Nel 2020 c'è una possibilità di assegnarli alla Tuchia. Nulla di male nell'allargare gli orizzonti, ma il Cio sta facendo finta di non sapere che esiste la questione curda, che inevitabilmente si porrà».

Ci raccontano da sempre che lo sport è neutrale, che sta al di sopra delle parti, che unisce. Non è così?
«C'è un vizio d'origine che il Comitato olimpico internazionale si porta dietro da quando è nato, da De Coubertain a oggi, ed è la logica ipocrita e falsa che lo sport sia diverso, lontano, altro, l'opposto della politica. Si ritiene che la neutralità sia uno dei prerequisiti fondamentali dello sport, ma è vero solo in astratto. Lo sport in realtà è impregnato di politica».

Verrebbe da dire: espressione di ragion di Stato... 
«Tra il 1936 e il 1944 nella strategia di costruzione dei totalitarismi di destra c’ era l’ intenzione di assegnare l’ Olimpiade del 1936 a Berlino, quella del 1940 a Tokyo, quella del 1944 a Roma. È un fatto conosciuto solo agli addetti ai lavori, ma è emblematico: era il patto tripartito applicato allo sport. Durante la Guerra fredda le Olimpiadi sono state la riproposizione sullo scenario mondiale del conflitto tra i due blocchi. Il medagliere olimpico era la dimostrazione della bontà di un sistema e la prova della sua prevalenza sull’ altro». 

Il rischio di boicottaggio è oggi verosimile come tra gli anni Settanta e Ottanta?
«Io penso che se ne parlerà un po', tutti faranno un po’ di pantomima da qui all’ inaugurazione agli Europei,  ma nulla che sappia incidere davvero. Ritengo però che bisognerebbe coltivare culturalmente anche all’ interno dello sport una minoranza che sappia porsi altri problemi oltre il risultato, che sappia immaginarsi uno sport diverso, che si faccia carico anche di altri problemi. Lo sport di oggi è troppo avulso dal reale e non può durare così a lungo».

A chi fa questa obiezione, il mondo dello sport replica dicendo che stando a casa si perde l’ occasione di accendere un riflettore sui problemi del Paese ospitante. Non è così?
«E' una grande ipocrisia, nel senso che prevalgono sempre altri interessi: la politica è subalterna all’ economia, lo sport è più che subalterno all’ economia, se venisse a mancare l’ Europeo di calcio all’ improvviso alle Tv agli sponsor sarebbero crolli economici spaventosi. Abbiamo gli effetti sull'Nba dello sciopero dei giocatori: l’ economia è regina dei cerchi olimpici». 

Si direbbe che i regolamenti olimpici e federali facciano del loro meglio per blindare le voci fuori dal coro...
«John Foot, storico inglese dello sport, mi parlava due anni fa positivamente dei Giochi di Londra, degli impianti costruiti nel rispetto dell’ ambiente, ma oggi mi parla di una città sempre più blindata, man mano che l’ Olimpiade si avvicina. Si vivrà poco il clima dello spirito olimpico, perché è una città terrorizzata dalla sicurezza. E' l'altro aspetto inquietante dello sport di vertice oggi».

Problema inevitabile da Monaco 1972, dopo la strage di Settembre nero al villaggio olimpico. Dobbiamo ammettere che lo sport ha perso per sempre la spontaneità? 
«La grave crisi greca, sicuramente dettata da corruzione e malaffare, sembra dipesa anche dai costi enormi che l’ Olimpiade ha avuto per problemi di sicurezza, anche i costi di Londra stanno lievitando per quella ragione. E anche questa è una distorsione che sta mettendo in discussione i significati dello sport. Non vorrei fare la solita retorica che fanno gli sportivi, ma non posso non vedere che le tante cose positive che dentro lo sport ci sono si stanno rinnegando. Sono rimasto sconcertato nel vedere un allenatore picchiare un suo giocatore in panchina, in serie A. Mi sembra gravissimo: il ruolo di un allenatore deve essere comunque quello di un educatore».

Sarebbe verosimile oggi la protesta di Carlos e Smith sul podio olimpico di Città del Messico?
«Ho pensato molto al loro gesto di alzare la mano guantata di nero sul podio olimpico. Credo  che sia irripetibile, perché figlio di una stagione storica in cui esisteva un fronte generazionale, un desiderio di cambiamento, un contesto che ha caricato quel gesto di un valore simbolico che ha investito l’ immaginario. La loro è una delle poche pose dello sport che esprima un forte valore non solo politico ma anche culturale, perché la loro protesta ha acceso i riflettori sui diritti di una minoranza. Nessuno ha più rischiato in proprio come hanno fatto loro. Sarà che erano consapevoli di avere alle spalle un grande movimento globale, di rappresentare un fenomeno collettivo e l’ hanno interpretato bene. Con tutte le conseguenze del caso: hanno pagato entrambi pesantemente il loro coraggio».

Anche oggi si assiste a una frattura generazionale: giovani con poche prospettive di futuro, che si sentono meno tutelati dei loro genitori. Lo sport si identifica nelle loro problematiche?
«No, allora il contesto storico è stato determinante. E da allora progressivamente lo sportivo si è allontanato dalla realtà. Esisteva anche allora la leggenda, ma era più abbordabile, sapeva da dove veniva. Oggi i campioni, che pure hanno studiato più dei loro predecessori, sono estranei a ciò che accade loro intorno. Perché lo sport professionistico ha costruito un sistema di veri e propri privilegiati, superpagati, con guadagni che nessuno mette in discussione».

Non tutto lo sport professionistico gode degli stessi privilegi, eppure sembra tutto abbastanza distante dal mondo, quando lo è diventato?
«Fino agli anni Settanta, avvicinare il campione non era impossibile, oggi il campione vive separato, si relaziona solo con altri mondi paralleli, con un altro jet-set contiguo al suo. Fino agli anni Settanta la distanza tra il campione famoso e l’ uomo della strada era inferiore: c’ erano degli scambi, l’ atleta conservava legami con la sua realtà di provenienza. Credo che il discrimine cronologico sia quello dei primi anni Ottanta, quando la società ha vissuto l’ inizio di una crisi valoriale complessiva e lo sportivo si è avvicinato sempre più al divo del mondo dello spettacolo. Anche  prima lo sportivo era parte di uno star system ma ne era meno consapevole».

E' una differenza che si vede nell'immagine?
«Anche. Nel ciclismo si nota bene il discrimine: antropologicamente il ciclista di oggi è diversissimo rispetto a quello di quarant’ anni fa, anche dal punto di vista dell’ immagine. Prima il ciclista era il contadino che faceva una faticaccia nei campi e rifaceva la stessa fatica in bicicletta, oggi fa ancora fatica ma si presenta come un fotomodello. Persino il doping che c’ è sempre stato è passato dalla tavola contadina del doping al supermercato del doping. Nel ciclismo la distanza si nota di più perché era una disciplina con forti radici di cui si vede a occhio lo smarrimento».

Diceva che è difficile che questo mondo possa vivere ancora a lungo così avulso dal reale. Immagina una svolta dentro lo sport?
«Io spero che nasca all’ interno delle opinioni pubbliche un bisogno di riportare lo sport più vicino alla gente: lo sport ha bisogno di normalità, di avvicinarsi ai problemi di tutti, iniziando a rivedere i suoi costi esorbitanti. Ci sono fatti che non si possono ignorare a lungo senza conseguenze: il calcio sopravvive sull’ orlo del baratro economico. Il ciclismo passa da uno scandalo all’ altro. Il basket scimmiottando l’ Nba si sta snaturando e lo si vede dai risultati della nazionale. Il modello dello sport-spettacolo professionistico funziona creando danni attorno. Prima o poi qualche nodo verrà al pettine. Il ragazzino ha come modello solo il calciatore. Se vai in una scuola tutti i bambini maschi ti dicono che vogliono fare il calciatore e ti dicono candidamente che desiderano farlo - anche in modo del tutto irrealistico, anche quando il fisico ha limiti evidenti - perché si guadagnano tanti soldi. Siamo in questo messi peggio di Paesi vicini come la Francia: lì si investe molto nelle attività sportive giovanili non solo competitive anche legate all’ escursionismo, in cui passano altri messaggi: rapporto con gli altri, rispetto delle regole, obiettivi da porsi».

Non è un paradosso il fatto che lo sport stando fuori dal mondo rifletta in realtà la sregolatezza del mondo esterno?
«Se uno è abituato a barare nella vita, barerà anche nello sport. C'è il rischio che in un humus come quello in cui viviamo uno cresca con l'idea che la regola sia il malaffare. Ci sono grandissime responsabilità politiche, la calcistizzazione della politica è uno dei nostri problemi, la nostra politica da bar sport sta diventando all’ estero uno degli stereotipi ricorrenti sugli italiani e mi pare un fatto preoccupante non solo per lo sport».

Un manifesto di protesta contro l'assegnazione dei Giochi a Pechino.
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