Immagine pezzo principale

Jeeg Robot, supereroe di borgata

È stata la sorpresa ai David di Donatello nel 2016, il film Lo chiamavano Jeeg Robot, quando si è aggiudicato ben 7 statuette. Un'ottima prova d'attori per un'opera inusuale e di grande efficacia narrativa


Pubblicità

Uscito in sordina , e rilanciato dal tam tam degli spettatori, Lo chiamavano Jeeg robot, diretto dall’ esordiente Gabriele Mainetti,  si è rivelato un successo di pubblico e di critica con  l’ exploit al David di Donatello, dove si è aggiudicato sette statuette (miglior attore e miglior attrice protagonista, miglior attrice e attore non protagonista, regia, produzione, montaggio).  Un film sorprendente, una commistione di generi che ne fanno un prodotto assolutamente originale. Personaggi sopra le righe, iperrealismo a tinte pulp, con momenti di comicità dolente e una disperazione di fondo in cerca di riscatto. Il protagonista, Enzo Ceccotti, è un balordo di Tor Bella Monaca, che inseguito dalla polizia dopo un furto, si getta nelle acque del Tevere e sfonda un fusto di materiale radioattivo che gli conferisce una forza sovrumana e la capacità di rigenerarsi dopo urti e ferite. La sua vicenda si incrocia con quella di una banda capitanata dal sanguinario e ambiguo Zingaro, in combutta con un gruppo di camorristi per il recupero di un carico di droga. Ceccotti si salva miracolosamente a una mattanza, in cui è morto anche il padre di una ragazza  affetta da turbe mentali, e legata ossessivamente alla visione dei cartoni animati giapponesi di Jeeg Robot.  Quando la ragazza si accorge della forza di Ceccotti, lo ribattezza con il nome del suo supereroe preferito. Comincia la lenta presa di coscienza del ladruncolo, che mentre sperimenta i suoi nuovi poteri mettendo a segno  una serie di colpi incredibili, si lega sentimentalmente alla ragazza. Allo Zingaro intanto comincia ad andare tutto storto, e la sua ossessione è quella di intercettare il misterioso super criminale di cui tutta la città parla per sfruttare la sua forza e sfuggire alla vendetta dei camorristi.

 

 Non cerchiamo una logica comune nell’ andamento della storia, che brucia le tappe, tende all’ iperbole e insiste in scene di violenza molto visive e che possono risultare a tratti disturbanti per lo spettatore.  Mirabile è la conversione del protagonista, che da sbandato menefreghista, che ama dire di sé di non avere amici, vive in una topaia e si nutre solo di budini alla vaniglia, scopre l’ amore, dapprima in modo goffo poi con accenti di tenerezza e soprattutto mette la sua forza al servizio del Bene, dopo aver trovato un super cattivo contro cui scagliarsi. Da sottolineare l’ interpretazione dell’ esordiente Ilenia Pastorelli, una modella che viene dal Grande fratello e che ci regala un personaggio fragile e disarmante, e di Claudio Santamaria, che per dare corpo scenico al ragazzone amorale è ingrassato di venti chili e ha indossato una maschera ottusa e spaurita, su cui pian piano si innesta un’ espressione di consapevolezza e determinazione. Diventando l’ eroe di cui Roma, e tutti noi, abbiamo bisogno.  

Immagine articolo
Loading

Pubblicità
Iniziative San Paolo