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Legge e coscienza, da don Milani a Konrad

Dal marzo 1965 a oggi, storie di disobbedienza civile nell’ Europa graffiata da egoismi e odi diffusi


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Il clamoroso gesto che sabato 20 maggio, a Roma,  ha visto protagonista il cardinale elemosiniere Konrad Krajewski ha un sapore nobile e antico. Si chiama disobbedienza civile. Getta radici nella coscienza che alimenta gesti quotidiani fino alla scelta di non rispettare norme giuridiche ritenute inconciliabili con norme dettate dalla religione o dall’ etica. Quanto fatto dal cardinale, conferma ­­­ora Rocco D’ Ambrosio, docente di Etica Politica alla pontificia Università Gregoriana, «si pone come un autentico gesto di “disobbedienza civile”. Infatti se da un lato è stato giustamente fatto notare che togliere i sigilli è un atto illegale, dall'altro, bisogna notare la motivazione di fondo del gesto e il modo in cui è stato attuato».

 

«La motivazione», sottolinea ancora il professore, «è quella di soccorrere quanto prima, in stato di emergenza, piccoli e ammalati fortemente compromessi dalla mancanza di energia elettrica. Il modo è quello, estremamente corretto, di aver prima sollecitato, ancora una volta, l'intervento delle istituzioni pubbliche locali, di essersi assunta la piena responsabilità del gesto come dimostrano il biglietto da visita lasciato sul luogo e la dichiarazione successiva, la disponibilità a sanare economicamente la situazione. Tutto ciò è tipico della disobbedienza civile: per motivi umanitari gravi andare contro una legge, ma non contro l'autorità, assumendosi le relative responsabilità».

 

Chi compie scelte simili non lo fa a cuore leggero, dunque, e procede assumendosi responsabilità e facendosi carico delle conseguenze. C’ è un’ eco lontana. A metà degli anni Sessanta don Lorenzo Milani, alfiere di un radicale pacifismo cristiano, venne denunciato per apologia di reato finendo sotto processo: in un suo scritto aveva difeso l’ obiezione di coscienza al servizio militare che nel marzo 1965 non era ancora un diritto riconosciuto per legge. E c’ è un esempio più vicino per data, temi e sensibilità. Nel maggio 2016,  il vescovo austriaco di Eisenstadt, monsignor Ägidius Zsifkovics, si rifiutò di far entrare su terreni di proprietà della diocesi ruspe e macchinari necessari a costruire un tratto della barriera voluta per dividere l’ Austria dall’ Ungheria e fermare così i migranti. Il suo “nein” fu una vera e propria obiezione di coscienza: «Sono consapevole», spiegò a FamigliaCristiana.it, «della difficile situazione della Stato, ma non posso accettare per motivi di coscienza. Con ogni fibra del mio corpo affermo che è impossibile per me accettare che nel Ventunesimo secolo si possano costruire dei recinti, destinati a diventare un feticcio Capisco le paure delle persone che percepisco attorno a me. Però sarei un cattivo vescovo se non sapessi dare a queste paure una risposta cristiana. E questa risposta non è lo steccato. Semmai, in caso di necessità, un buco nello steccato!». La decisione suscitò discussioni e polemiche.

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