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Affido, una proposta-provocazione

Dopo l’ uscita delle Linee d’ indirizzo nazionali sull’ affido familiare, le associazioni dibattono se sia meglio chiudere o lasciare esistere le comunità educative.


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Chiudere tutte le comunità educative per minori entro il 2017: è la proposta-provocazione di AiBi, Associazione Amici dei Bambini , che ha recentemente pubblicato un “Manifesto per una nuova accoglienza familiare temporanea” mettendolo a disposizione di esperti e operatori come testo di confronto e dibattito sull’ argomento. Gli ultimi dati pubblicati dal Centro di Analisi e Documentazione sull’ Infanzia e l’ Adolescenza testimoniano che oltre 29mila minori vivono fuori dalla propria famiglia di origine. Circa la metà di essi si trova in affidamento familiare, tutti gli altri sono ospiti di comunità. AiBi, che da alcuni anni sta portando avanti la campagna “Non lasciamoli soli” per promuovere adozione e affido come risposta concreta all’ emergenza dei bambini senza famiglia, individua due sostanziali criticità nel sistema.

La prima riguarda la sostenibilità economica, perché il costo per lo Stato di un minore in comunità è – mediamente – pari a 79 euro al giorno, contro i 13 euro giornalieri di un minore in affido. «Se ognuno dei 14.781 minori che oggi crescono in Comunità fosse accolto da una famiglia affidataria», sottolinea l’ associazione in un comunicato, «si avrebbe un risparmio complessivo per il Sistema di Accoglienza di oltre 356 milioni di euro». La seconda criticità, sottolinea l’ ente, riguarda la tendenza a trasformare l’ accoglienza temporanea in una soluzione sine die. Per questo il Manifesto Aibi chiede che la durata massima dell’ accoglienza sia davvero limitata a due anni, rinnovabili solo in casi straordinari, ma dopo questi scatti la dichiarazione di adottabilità del minore.

Le proposte di Ai.Bi. si articolano in alcuni punti chiave:

1- Riforma culturale: dal “sine die” alla vera “temporaneità”. La durata massima dell’ accoglienza familiare temporanea andrebbe limitata a 2 anni, prorogabili ad altri 2 solo in casi straordinari. Laddove sia chiara la non recuperabilità della famiglia d’ origine, è preferibile non perdere tempo e dichiarare l’ adottabilità del minore, che non deve mai pagare per gli errori degli adulti.

2-Riforma dell’ iter: programmazione e chiarezza dei ruoli nell’ affido familiare. Per ogni minore, va redatto un progetto di affido volto al risanamento del legame familiare; nel progetto, con il consenso e la condivisione della famiglia d’ origine, devono essere già concordati gli obiettivi, i ruoli, le competenze, gli incontri e la durata della misura da disporre. Occorre inoltre fare chiarezza sul ruolo degli affidatari, che non è quello di genitori.

3-La gestione dell’ Accoglienza Familiare Temporanea al privato sociale autorizzato: Ai.Bi. auspica un maggiore coinvolgimento del Terzo Settore attraverso la delega alla gestione del progetto di affido ad Enti appositamente autorizzati.

4-La chiusura delle Comunità educative entro il 31 dicembre 2017: tralasciando le strutture altamente specializzate, le comunità educative vanno chiuse come nel caso degli istituti, perché non sono gestite da figure genitoriali e funzionano in maniera analoga agli istituti stessi.

5-Il riconoscimento giuridico delle Case Famiglia: le case famiglia, gestite da coppie coniugate, devono essere disciplinate con legge nazionale per sancire la differenza sostanziale tra accoglienza familiare e assistenza in Comunità.

6-L’ introduzione di nuove forme sperimentali di affido, la cui durata può variare da poche ore al giorno a 2 anni, da quello diurno solo part-time a quello residenziale fulltime, per rendere accessibile a tutti questa forma di accoglienza.

Al Manifesto Aibi ha risposto punto su punto il Coordinamento nazionale delle comunità d’ accoglienza-Cnca , realtà che in Italia ha una quarantennale esperienza di accoglienza con soluzioni differenti, dalla comunità “professionale” a quella “di vita”. «Non penso sia giusto ragionare su questo argomento solo in termini di risparmio pubblico, di efficienza ed efficacia», sottolinea Liviana Mareli, responsabile nazionale dell’ area minori per il Cnca. «La risposta giusta è quella che mette al centro il bambino e il ragazzo, è quella davvero adatta alla sua situazione».

Pertanto, pur considerando l’ affido familiare «una delle risposte fondamentali per realizzare il diritto del bambino ad avere una famiglia», l’ esperta fa notare che «questo non può essere la risposta esclusiva, perché non tutti i minori sono pronti a entrare immediatamente in una famiglia. Penso ai minori che hanno subito abusi, ai minori stranieri non accompagnati e a molti altri per i quali la comunità è una risposta più adeguata». E poi, prosegue Marelli, «siamo pienamente d’ accordo sul fatto che gli istituti riciclati non sono comunità, ma non possiamo accettare e troviamo ingiusta l’ equazione che ogni affido professionale sia freddo e anaffettivo».

Anche la grande differenza tra i costi di affido e comunità va rivalutata. «Se si calcola solo il rimborso alla famiglia, è chiaro che appare abnorme. Ma intorno a un progetto di minore in affido c’ è il lavoro di tanti operatori e professionisti che nell’ ambito della comunità sono inclusi come costo del lavoro. Per fare un buon affido, insomma, serve comunque un contesto professionale che si mette all’ opera sul territorio per far funzionare la relazione». La dichiarazione di adottabilità dopo un massimo di quattro anni di affidamento è un altro aspetto che accende il dibattito: «Possono esserci famiglie fragili ma non maltrattanti, situazioni in cui un allontanamento definitivo e un’ adozione rappresentano più un trauma che un valido aiuto», spiega Marelli. «Penso che sia giusto lavorare caso per caso, pensando che far crescere i bambini tra due famiglie, lavorando su una doppia appartenenza, è comunque possibile».

Dopo l’ uscita delle Linee d’ indirizzo nazionali sull’ affido familiare, la riflessione è più che mai aperta: il settore dell’ accoglienza dei minori è frastagliato da molte leggi e prassi territoriali, la declinazione di “comunità di tipo familiare” va riempita di contenuti. «Auspichiamo che durante la prossima riunione del Tavolo nazionale Affido, il primo febbraio, si possa affrontare questi temi e che il Garante nazionale per l’ Infanzia supporti la stesura di “criteri di qualità” in grado di rendere operativa e omogenea in tutto il paese l’ accoglienza dei bambini fuori famiglia», conclude la Marelli.

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