Le Donne Giuste del Giardino di Milano

Un villaggio del Darfur dove le bambine sono stuprate con la complicità delle autorità, i monti del Sinjar con gli yazidi assediati dall’ Isis, l’ Afghanistan delle spose bambine e l’ India della violenza sulle donne, l’ Argentina dei desaparecidos e la Sicilia dei capimafia. Sono i luoghi in cui hanno vissuto le sei nuove personalità che Milano ha scelto di inserire nel 2016 al Giardino del Monte Stella, dove dal 2003 sono ricordati i “Giusti di tutto il mondo”. Nato con il memoriale di Yad Vashem di Gerusalemme per ricordare i non ebrei che soccorsero gli ebrei, il concetto di “Giusto” è diventato ora patrimonio di tutta l’ umanità. Il termine non è più circoscritto alla Shoah, ma indica quanti nei momenti difficile della Storia si prodigano per difendere la dignità umana.

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Quest’ anno, anzi, sono “Giuste”, al femminile. Significativamente la dedica del pruno e del cippo in granito avviene l’ 8 marzo, due giorni dopo la Giornata europea dei Giusti (6 marzo). “La resistenza morale e civile delle donne per la propria dignità, patrimonio universale” è infatti il tema scelto per il 2016 da Gariwo, l’ onlus che ha promosso a Milano e nel mondo la riflessione sul concetto di Giusto. Spiega la direttrice Ulianova Radice: «La battaglia combattuta da queste donne si allarga dalla condizione di genere alla difesa di ogni essere umano. Rifiutando di piegarsi ai diktat sociali e politici che le opprimono, queste Giuste hanno lottato non solo per se stesse, ma anche per i propri figli, mariti, amici, per tutte le donne e per tutti gli oppressi, per ogni perseguitato».

Donne dunque che hanno scelto di assumersi la responsabilità per gli altri, rifiutando di girare la testa dall’ altra parte.

Halima Bashir era una giovane dottoressa che nel 2003, in un piccolo villaggio del Darfur, inizia a vedere tra i suoi pazienti bambini stuprati e torturati dalle milizie Janjaweed. Quando rilascia un’ intervista in cui fa capire che la realtà è più complessa di come la descrivono le autorità sudanesi, finisce imprigionata. Le è intimato il silenzio e, una volta rilasciata, viene inviata a esercitare la professione in una clinica sperduta, lontano dal clamore dei media. Tuttavia alcuni funzionari dell’ Onu vengono a conoscenza dell’ aggressione a una scuola della zona e chiedono ad Halima, che ha medicato alcune bambine stuprate, di testimoniare. Lei accetta, andando incontro a terribili conseguenze: una nuova detenzione in cui è stuprata da un branco, insultata e picchiata selvaggiamente. Dopo l’ uccisione del padre, si rifugia negli Stati Uniti e da lì continua la sua battaglia: «Non mi sono pentita», dice della scelta che ha fatto.

Vian Dakhil, unica yazida del Parlamento iracheno, è la deputata in lacrime che nell’ agosto 2014 commosse il mondo con l’ appello per il suo popolo intrappolato nei Monti del Sinjar e di Mosul assediati dal Califatto nero.

Sonita Alizadeh, invece, è una giovane rapper afghana cresciuta in un campo profughi in Iran insieme al fratello maggiore. Nel mondo, il suo è il dramma di 37.000 spose bambine ogni giorno. Quando Sonita ha appena dieci anni, infatti, sua madre la raggiunge a Teheran e prova una prima volta, senza successo, a venderla a un uomo più grande. Sei anni dopo, i genitori ci riprovano, per 9 mila dollari. Sonita rifiuta e risponde con il rap: ha imparato a scrivere e ha composto clandestinamente il pezzo di denuncia Dokhtar Forooshi (Figli in vendita). Nel video, la ragazza è vestita da sposa, ha il volto coperto di lividi, un codice a barre sulla fronte e supplica la famiglia di non venderla. Per lei c’ è il lieto fine: la canzone fa il giro del mondo e Sonita vince una borsa di studio della Wasatch Academy, nello Utah (Usa), dove ora sta proseguendo gli studi.

Anche la storia di Flavia Agnes è segnata da battaglie per i diritti delle donne. Indiana, dal 1988 lavora all’ Alta Corte di Mumbai. È diventata avvocato dopo il divorzio da un uomo con cui era stata obbligata a sposarsi e che ne abusava. Per la sua conoscenza di una lingua del subcontinente indiano, il kannada, nel 1980 partecipa a un’ indagine su una violenza carnale contro una minorenne che segna la sua vita. Presto inizia a condurre interviste tra le donne sui fenomeni di abuso sessuale e partecipa a conferenze nazionali per la liberazione della donna, temi di cui si occupa ancora oggi.

L’ argentina Azucena Villaflor, nata nel 1924, è una mamma. Di quattro figli, ma “soprattutto” di Néstor De Vicenti, rapito il 30 novembre 1976, otto mesi dopo l’ inizio della dittatura militare. Tenta tutte le strade per cercare il figlio “desaparecido”, senza esito. Allora Azucena decide di dare vita, insieme ai parenti di altri scomparsi, a una serie di manifestazioni pubbliche. Ha la grande intuizione di trasformare in azione collettiva la ricerca individuale della verità, per costringere le autorità a rispondere ufficialmente alla protesta dal basso. La parola d’ ordine è “Tutte per tutte e tutti sono nostri figli”.

Il 30 aprile 1977, Azucena e altre tredici madri si danno appuntamento a Plaza de Mayo, nel centro di Buenos Aires, di fronte alla Casa Rosada, sede del governo. La scelta di portare nel cuore del potere la voce della protesta ha una grande carica simbolica e politica. In seguito all’ imposizione giudiziaria di non fermarsi né "raggrupparsi", ma di "circolare", le donne decidono di camminare intorno alla piazza. Si presentano con un fazzoletto bianco in testa, su cui è scritto il nome del figlio scomparso. La prima marcia si svolge di sabato, e non ottiene particolare seguito, ma con il passare del tempo l’ appuntamento, spostato al pomeriggio di ogni giovedì, rappresenterà una costante spina nel fianco della dittatura militare, facendo conoscere al mondo il dramma dei desaparecidos.

Il 10 dicembre 1977, Giornata Internazionale dei Diritti Umani, le Madres pubblicano un annuncio sui giornali con i nomi dei figli scomparsi. Quella stessa notte, Azucena viene sequestrata da un gruppo armato nella sua casa di Avellaneda, quindi trasferita e reclusa nell’ Esma, la caserma adibita a luogo di tortura degli oppositori. Pochi mesi dopo, i suoi resti verranno restituiti dal mare, dove il suo corpo è stato scagliato, e ‒ solo dopo l’ avvento della democrazia in Argentina ‒ riconosciuti a seguito dell’ esame del Dna. 


Anche la vita di Felicia Impastato, l’ ultima delle sei Giuste 2016, viene segnata dalla morte del figlio Peppino. A Cinisi, alle porte di Palermo, la famiglia di suo marito è legata alla mafia del paese. Insieme ad altri giovani di sinistra, il figlio rompe con il padre, iniziando a denunciare potenti locali e mafiosi. Quando il 9 maggio 1978 viene trovato il corpo sbriciolato di Peppino, Felicia decide di costituirsi parte civile nel processo per l’ omicidio. A Cinisi questa scelta vuol dire rompere con i parenti del marito, che premevano perché non si rivolgesse alla giustizia. Nonostante depistaggi accertati a opera di magistrati e carabinieri, dopo 24 anni Gaetano Badalamenti, il boss che aveva deciso l’ assassinio di Peppino, fu condannato. Fino alla sua morte nel 2004, Felicia ha tenuto aperta la casa di Cinisi, raccontando a tutti di Peppino. Ai giovani ripeteva: «Tenete alta la testa e la schiena dritta». 

Qui e in copertina: particolari del Giardino dei Giusti di Milano.
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