Donne curde, in prima fila per la libertà

La parole “Serhildan” significa "a testa alta", e così combattono per la democrazia in un Paese dove chinarsi al potere sarebbe una condanna

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“La cosa più bella della rivolta curda sono le donne che si alzano in piedi e prendono la parola, che si mettono sedute e scrivono poesie, che da un avamposto all’ altro comandano reparti di uomini, che hanno saltato secoli in una generazione”, scriveva Erri De Luca nella prefazione del libro Serhildan!, l’ ultima fatica letteraria scritta da Dino Frisullo dieci anni fa, pochi mesi prima di morire il 5 giugno, nel giorno del suo compleanno.

Di “Serhildan”, parola curda che indica l’ Intifada in Turchia, e che letteralmente significa “andare a testa alta”, si è parlato negli incontri organizzati da Senza confine e Azad. Si è discusso di intifada, e in generale di libertà e democrazia per il popolo curdo, di rispetto dei diritti umani e della laicità dello Stato, in una Turchia stretta dalla morsa opprimente del premier Recep Tayyip Erdogan.
Piazza Taksim, dove tutti i sabati, da decine di anni, sull’ esempio delle madri di plaza de Mayo, si radunano le donne che hanno figli e mariti dispersi nel kurdistan turco o arrestati senza più aver avuto notizie di loro, è diventata il simbolo della rivolta.

Delle donne innanzitutto, che denunciano un costante tentativo di ridurre i loro diritti. Da mesi l’ Ihd, l’ associazione per i diritti umani attiva in Turchia, denuncia i metodi del premier, la limitazione della libertà di espressione, il costante tentativo di controllare i social network e la situazione nelle carceri.
E cerca il sostegno internazionale. “Vi chiedo, vi scongiuro, voi tutti che mi avete amato e che amate la vita e la libertà, di non fermarvi mai, di non darvi pace, finché quel sogno di pace non sarà realizzato”, scriveva Dino nel suo testamento dieci anni fa. Un sogno che, nonostante il lavoro di questi anni, appare ancora tanto lontano.


Annachiara Valle

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