Le Acli: «È il momento delle decisioni politiche»

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«Ognuno si deve assumere le proprie responsabilità. Dopo la testimonianza di Papa Francesco a Lampedusa per ricordare ai fedeli e alla società globale il dramma del fenomeno migratorio connesso alla fuga dalla miseria e dalla guerra, occorre prendere decisioni. Prima fra tutte abolire il reato di clandestinità».

Non usa mezzi termini, Gianni Bottalico, presidente nazionale delle Acli. L’ associazione non è di quelle dell’ ultima ora, nell’ impegno sui temi dell’ immigrazione: insieme a una fitta rete della società civile ha portato avanti a lungo la campagna “L’ Italia sono anch’ io” per una riforma del diritto di cittadinanza degli stranieri.

«È l’ altra grande decisione politica che si deve prendere in fretta», aggiunge Bottalico. «La cittadinanza italiana va estesa agli immigrati di seconda generazione. È una questione di dignità umana. Stiamo parlando di persone perfettamente integrate, che parlano la nostra lingua se non addirittura il dialetto. Vivono con noi e contribuiscono con noi alla richezza di questo Paese. Perché non devono sentirsi italiani? Abbiamo perso troppo tempo dietro a battaglie politiche strumentali e disoneste».

– C’ è chi lo considererebbe un “tradimento” della nazione…

 «Con la riforma della cittadinanza non si tradisce proprio nessuno, né la ptaria né la bandiera. Si prende semplicemente una decisione giusta verso chi ha il diritto di dirsi e sentirsi italiano. Concorro alla ricchezza, posso anche decidere chi ci amministra e ci governa».

– Quali conseguenze può avere il forte gesto simbolico di Papa Francesco?

«I singoli, le organizzazioni sociali, le istituzioni nazionali ed europee non possono rimanere indiferenti ai drammi che si consumano sui barconi della speranza, vicino alle nostre coste. Non solo il nostro Paese, ma anche l’ Europa deve sentirsi più corresponsabile  nella gestione dei flussi migratori che si registrano sui confini meridionali».

– Non solo il reato di clandestinità, ma anche la legge Bossi-Fini sono ancora una realtà.

«La questione della clandestinità dimostra tutta sua debolezza. Di fronte a noi c’ è un dato irreversibile: le persone muoiono in mare, i processi migratori sono imponenti e inarrestabili. Non tuteliamo i confini etichettando come reato la clandestinnità, ma neanche con le navi da guerra difenderemmo le coste. Occorre cambiare totalmente approccio. Se la risposta politica è questa è insufficiente, anche perché stiamo parlando di persone, non di cose, e di persone che sono vittime di persecuzioni politiche, lotte etniche, fame e guerre».

– Il Papa ci ha chiamati in causa anche come cristiani. È così?

«Sì. C’ è una grande campagna culturale da fare. Noi ci stiamo provando con la rete di associazioni che ha partecipato a “L’ Italia sono anch’ io”. Le parole di Papa Bergoglio ci richiamano più in generale a un cambiamento di stile di vita, che ha perso di vista l’ orizzonte della fraternità: denunciano l’ incapacità di sentirsi custodi gli uni degli altri, che sfocia in una indifferenza su scala planetaria. Dobbiamo essere più autocritici verso tutto ciò che ci isola dalle necessità del prossimo. Il Papa ci ha esortato all’ accoglienza, alla condivisione e alla fraternità. Concetti che vanno tradotti nelle cose che facciamo nel sociale e nella politica».

– È un richiamo anche per il mondo laico?

«Certamente. L’ idea di fraternità non è solo circoscritta all’ ambito cattolico. La sfida a recuperare i veri valori è adesso, in epoca di crisi e difficoltà».

– Il Papa ha fatto riferimento anche a quelle “decisioni socio-economiche” che sono state prese “nell’ anonimato a livello mondiale” e che “hanno creato situazioni che conducono a questi drammi. Come contrastarle?

«Impegnarsi a trovare delle soluzioni più giuste significa costruire un’ alternativa a quella “globalizzazione dell’ indifferenza” che appesantisce la sofferenza dei migranti. Le “decisioni dell’ ingiustizia si vincono con le scelte politiche coerenti, privilegiando chi sta soffrendo».

– Ad esempio?

«Occorre evitare le guerre, la vendita delle armi. C’ è il problema della malavita e della droga. Di una parte importante del pianeta che vive nella povertà. Ci sono questioni che interpellano tutti quanti. Occorre partire dai più poveri. Vorrei citare un’ affermazione del cardinale Tettamanzi: “i diritti dei deboli non siano diritti deboli”.

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