La sarta che cuce la vita e la morte

“Accabadora”: una parola che respinge e che attrae. Allontana per il suono faticoso e il cupo significato, in sardo, “colei che pone fine alla vita”. Affascina per l evocazione di un mondo segreto emisterioso, dove l umano e l eterno convivono. Il bellissimo racconto di Michela Murgia, pubblicato da Einaudi e vincitore del Premio Campiello, si sviluppa in quest antitesi: spacca il cuore con una lama tagliente, lo accarezza con tenerezza liberatrice e consolatoria. Senza retorica, senza pietismi e moralismi (assurdo e inopportuno indicarlo come un romanzo sulla morte procurata:  Non può servire da giustificazione per nessuna opinione sull argomento eutanasia , ha precisato l autrice). Senza una parola che non restituisca i fatti e le persone in quell essenzialità spoglia che è il felice risultato di una letteratura a umile servizio della realtà. Ma con una ricchezza sapienziale che arriva da quella Sardegna ancestrale, dove sono le donne a tenere in mano il filo della vita e della morte.

È un libro di due donne: l anziana sarta,  vedova di un marito che non l aveva mai sposata , e la  fill  e anima , chiesta “in prestito” dall accabadora per farla erede della propria ricchezza e del suo pietoso compito di “ultima madre”. Sono gli anni  50. Bonaria Urrai,  vecchia da quando era giovane , prosciugata nel corpo senza età, scompare nella notte nera come la sua gonna e lo scialle che l avvolge, per aiutare i morenti a compiere l ultimo passo. Aveva 15 anni, quando vide le donne di famiglia porre termine all agonia straziante e senza speranza di una partoriente e apprese la legge non scritta  per cui sono maledette solo la morte e la nascita consumate in solitudine  . Da allora la pietà le aveva impedito di sentirsi responsabile di un delitto, in un groviglio di sentimenti, intrappolata come un ragno nella propria tela. Maria, la figlia d elezione, cresce nel cerchio magico di un segreto sconosciuto, dove accade qualcosa che le sfugge, ma che le ha restituito l identità, negata da una madre naturale che la considerava un errore.

Ormai ragazza, scopre in circostanze drammatiche il significato delle assenze notturne della madre adottiva. Con la rabbia e la delusione cocente di un tradimento subìto da colei nella quale aveva riposto fiducia e affetti, la rinnega e cerca una nuova vita nel continente, a Torino. Ma non siamo noi a decidere del nostro destino. Aveva avuto ragione Tzia Bonaria, nel momento della lacerante separazione, a ricordarle:  Non dire mai: di quest acqua io non ne bevo. Potresti trovarti nella tinozza senza manco sapere come ci sei entrata .

Mariapia Bonanate commenta Accabadora, il romanzo di Michela Murgia che ha vinto il Premio Campiello.
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