«La mia Mosul, oggi schiava e perduta»

Lo scrittore iracheno Yunis Tawfik ricorda la sua città occupata dall’ Isis, i fedeli in fuga e le loro case marchiate con la "N" di Nazareni, l'oppressione degli uomini in nero (anche contro gli stessi musulmani), la violenza che dilaga nella terra dei profeti.

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Era il 16 luglio di un anno fa. Per la prima volta si ebbe notizia che le case dei cristiani di Mosul, in Iraq, erano state segnate con bombolette spray: un mezzo cerchio simile a una mezzaluna, sormontato da una stella; quindi la lettera “Nun” dell’ alfabeto arabo, cioè l’ iniziale di Nasàrani, ovvero “seguace del Nazareno”. Un marchio d’ infamia, nelle intenzioni di chi l’ ha fatto. Le milizie dell’ autoproclamatosi califfo Abu Bakr al-Baghdadi l’ hanno imposto agli “infedeli”, per i quali non c’ è posto nello Stato islamico dell’ Iraq e del Levante a meno che si non convertano o accettino di soggiacere a una speciale tassazione, subendo la devastazione dei loro antichi luoghi di culto e la confisca dei beni. Era passato poco più di un mese dalla notte tra il 9 e il 10 giugno 2014, quando le truppe dell’ esercito regolare iracheno di stanza a Mosul fuggirono, lasciando nelle mani jihadiste civili, beni e anche basi militari piene zeppe di armi pesanti. Sulla mia città natale da allora si è stesa una nera coltre di barbarie.

Una delle mie quattro sorelle, residente nel quartiere armeno, mi racconta che le case confiscate dalle milizie radicali sono diventate abitazioni per famiglie di jihadisti provenienti da tutto il mondo. Ci sono inglesi, francesi, tedeschi, olandesi e persino ceceni con moglie e bambini. Alcuni di loro si vantano di avere tre o quattro spose, a tempo determinato, e tanti figli. Intere ville abbandonate con tutto l’ arredamento sono state occupate da persone dall’ aspetto lercio, con i capelli lunghi e la barba trascurata sul petto, donne nascoste dentro casa o dentro i niqab quando escono all’ aperto, bambini scalzi e sporchi lasciati a giocare per le strade. Ho visto mia sorella piangere mentre mi raccontava attraverso Skype la tragedia dei suoi vicini: «Povera gente, che non ha mai fatto del male a nessuno». 

La città della mia infanzia

La Mosul della mia infanzia e della mia giovinezza sembra essere evaporata. La ricordo con struggente dolcezza. Io, musulmano sunnita, avevo amici musulmani sciiti e cristiani. Una cosa normale, all’ epoca. Frequentavo il liceo al-Sharqiyya, una tra le scuole più antiche di Mosul, costruita nel 1905, ancora ai tempi dell’ Impero Ottomano. Erano gli anni Settanta. La formazione laica del Governo, pur essendo una dittatura, aveva permesso al Paese di svilupparsi rapidamente e alla società di emanciparsi a tutti i livelli. L’ insegnamento era completamente gratuito per tutte le fasce di studi. Per combattere l’ analfabetismo si era imposta la scuola dell’ obbligo anche a chi aveva superato i quarant’ anni. Uno dei miei insegnanti, il professore Adib, un cattolico che abitava a poco distanza da casa mia, ci presentò alcuni canti della Divina Commedia di Dante tradotti in arabo. Rimasi colpito. Ebbi modo di approfondire la conoscenza dell’ opera dell’ Alighieri grazie all’ aiuto di un religioso, padre Joseph Habbi, che mi riceveva nel suo modesto studio all’ interno della chiesa dei padri domenicani nel quartiere al-Sà‘a, non molto lontano da dove abitavo. Il suo aiuto è stato fondamentale persino nell’ approfondire la mia ricerca sul rapporto tra la Divina Commedia e il Libro della Scala di Maometto, simboli eterni dell’ incontro tra civiltà e culture religiose del Mediterraneo che hanno segnato la mia crescita intellettuale.

Le donne di Mosul non erano abituate a portare il niqab, quel lungo abito nero che le copre dalla testa alle caviglie, occhi inclusi, scomodo e antigienico. Mia madre non lo metteva. Indossava vestiti à la mode. Portava scarpe con i tacchi. Amava un taglio di capelli corti. La nostra società era sì conservatrice, ma era anche attenta all’ evolversi dei tempi. I nostri modelli erano cantanti e attori del cinema egiziano. 

Quelle donne assassinate

Oggi tutto è cambiato. La follia omicida non risparmia le donne. Anzi, sembra accanirsi contro di esse. Il 31 luglio 2014 Thurayya Hasan al-Juburi, una quarantenne di Kirkuk, musulmana sunnita, è stata uccisa dall’ Isis. L’ hanno accusata di aver incitato la gente che frequentava il mercato a boicottare i commercianti jihadisti, invitando a non vendere né comprare da loro. Ghada Shafiq, invece, è stata assassinata il 12 agosto 2014. Araba e sunnita, era medico chirurgo all’ Ospedale di Mosul: aveva contestato le ingerenze dei jihadisti all’ interno del suo reparto, rifiutando di indossare il niqab durante le ore di lavoro.

Samira Salih al-Nu‘aymi era un avvocato particolarmente attivo sui social network e nella vita associativa. Aveva pubblicato alcuni interventi su Facebook e su Twitter nei quali promuoveva i diritti delle donne e delle minoranze. Samira è stata prelevata da casa sua il 17 settembre 2014.

Si era rifiutata di fare atto di pentimento per le opinioni espresse. Una Corte islamica l’ ha condannata a morte. Il 22 settembre Samira è stata giustiziata nel centro di Mosul. Un’ esecuzione pubblica. Un macabro spettacolo. Doveva servire da monito per tutti. Ai suoi familiari non è stato concesso nemmeno di seppellirla subito. Solo una settimana dopo hanno consegnato il suo corpo, dicendo che era morta da “apostata” perché non aveva voluto pentirsi. Tutte donne assassinate perché non sopportavano di vedere la loro, la mia, la nostra civiltà millenaria distrutta per mani di un gruppo nichilista. 

Younis Tawfik.
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