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«La mafia del Gargano uccide da 30 anni. Ora bisogna reagire»

Daniele Morcone, foggiana, è vice presidente nazionale di Libera: «Per anni è stata dimenticata e anche sottovalutata, considerata una faida tra famiglie rivali. Le ultime stragi dimostrano che non è così. Serve maggiore consapevolezza anche da parte della popolazione»


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Ventisei clan, ottocento affiliati, 17 omicidi negli ultimi 3 mesi in provincia di Foggia, 29 morti ammazzati in poco meno di due anni di cui 17 dall’ inizio di quest’ anno, tentati omicidi a ripetizione, due casi di lupara bianca, un arsenale di armi a disposizione. Ora la mafia del Gargano è sotto i riflettori nazionali. C’ è voluta una strage con quattro morti: il boss di Mandredonia, Mario Luciano Romito, 50 anni, il cognato Matteo De Palma, che gli faceva da autista, e Luigi e Aurelio Luciani, due contadini che la mattina del 9 agosto nelle campane sperdute di San Marco in Lamis hanno avuto la sventura di essere le persone sbagliate nel posto sbagliato.

«La mafia del Gargano non è stata solo dimenticata ma anche sottovalutata», dice Daniela Morcone, foggiana, vice presidente nazionale di Libera, «nell’ immaginario comune è stata considerata come una faida tra famiglie per furto di bestiame, sconfinamento di territorio. Invece non era così perché questa mafia faceva i suoi affari arrivando ad avere il pieno controllo del territorio».

Morcone nel 1995 a Foggia ha perso il padre Francesco, direttore dell’ Ufficio del Registro, ucciso. in un agguato. «Ripenso alla famiglia Luciani e rivivo il mio dramma», racconta. I colpevoli non hanno ancora un nome e un volto. Francesco Morcone venne trucidato sul portone di casa, un’ esecuzione vera e propria. «Il poliziotto che arrivò mi disse che era stata la mafia», spiega Daniela, «in questi ventidue anni non abbiamo saputo nulla, ci sono state tre archiviazioni. La speranza è che qualcuno prima o poi parli». Evocare la parola mafia, all’ epoca, «era un tabù», ricorda Daniela, «oggi per fortuna le cose sono cambiate, c’ è maggiore consapevolezza».

Basta? «No», risponde, «il problema è che ci sono persone che dovrebbero aiutarci a fare luce e chiarezza su questo fenomeno che parlano ancora di questa mafia come un sottogruppo della Sacra Corona Unita. Anzi, la Società foggiana – che è diversa dalla mafia del Gargano e ha una sua organizzazione specifica, in batterie, – ai tempi uccise il luogotenente della Scu che la controllava per essere autonoma. Quella garganica e quella foggiana sono due mafie autonome e pericolosissime, ricordano la Cosa Nostra dell'epoca delle stragi e la 'ndrangheta di qualche anno fa. Per me è faticoso pensare che dopo tanti anni bisogna ricominciare a raccontare la natura di questa mafia».

Lo Stato c'è ma occorre più consapevolezza della gente

Morcone, insieme a Libera, non ha intenzione di mollare: «Questa», chiarisce, «non è una mafia nuova perché colpisce da più di 30 anni e conta più di 800 affiliati. Non ci sono pentiti veri e propri ma due donne che stanno collaborando. Una è Rosa Di Fiore, ex moglie di uno dei boss mafiosi del Gargano che in carcere diventa compagna del boss del clan rivale. Qui la mafia è basata su legami familiari fortissimi e la popolazione ha vissuto questa guerra in modo distaccato: “Finché si fanno la guerra tra di loro”. L’ agguato del 9 agosto dimostra che non è così».

Il 27 luglio scorso, nel centro storico di Vieste affollato di turisti, è stato ammazzato davanti alla moglie Omar Trotta, 31 anni, pregiudicato. «È una mafia molto particolare, vive su un equilibrio instabile», riflette ancora Morcone, «forse ci sono sono nuove leve che si stanno affacciando al potere e vogliono controllare gli affari del territorio. Se si è rotto un equilibrio, un motivo c’ è. Le indagini faranno luce».

Il presidente di Libera, don Luigi Ciotti, ha deciso di tenere a Foggia la prossima Giornata nazionale della Memoria e dell’ Impegno in ricordo di tutte le vittime di mafia. «Torniamo in Puglia dopo dieci anni», spiega la vice presidente Morcone, «alla luce di quanto sta accadendo, sarà un ritorno profondamente significativo. Noi, e non solo noi, lo stiamo dicendo da anni che questa è una mafia pericolosissima».

E la presenza dello Stato? «Non è vero che qui lo Stato non c’ è», risponde Morcone. «L’ ex questore di Foggia, Piernicola Silvis, parla spesso di questo fenomeno, ha chiesto un intervento massiccio dello Stato. Anche il procuratore nazionale antimafia Roberti conosce bene la situazione. Non si tratta di militarizzare il territorio ma occorre un rafforzamento dal punto di vista qualitativo magari aprendo una sezione della Direzione distrettuale antimafia a Foggia senza sguarnire Bari o la Procura di Foggia. Invece, qualche anno fa è stato chiuso anche il tribunale di Lucera».

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