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La guerra (persa) di Salvini alle Ong del mare

La politica dei porti chiusi e la mistificazione dei cooperanti che salvano vite in mare produce solo ostilità in campo europeo (nelle nomine dell'Unione ai vertici che contano siamo rimasti praticamente a becco asciutto) e nessun risultato, a parte l'aver ribaltato il senso dei valori umani. La vicenda di Carola Rackete e della Sea watch ne è un esempio


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Ci sono alcuni punti fermi da tener presente intorno ai salvataggi delle navi delle Ong nel Mediterraneo e dei porti  italiani chiusi per il volere ostinato del ministro degli Interni Matteo Salvini, “dominus” incontrastato del governo in materia di (non) salvataggi in mare.

Il primo è che le navi  delle Ong salvano vite: uomini, donne e bambini che naufragano tra le onde  e che rischiano di morire come le decine di migliaia di naufraghi affogati nel cimitero del Mediterraneo in questi anni. Anche le inchieste della magistratura hanno accertato che non vi è alcun rapporto tra Ong e scafisti. Ritenere i cooperanti complici dei trafficanti di uomini (solitamente libici), scambiando gli angeli con i demoni e chiamando il bene con il nome del male, è solo rozza propaganda politica, la foglia di fico per giustificare questa scellerata mentalità che ha rovesciato il senso della vita e dei valori umanitari: chi salva vite è uno scafista, chi non li salva e li lascia affogare fa il bene degli italiani.

Dunque se è vero che l’ Italia non può essere lasciata sola nella gestione delle poche centinaia di migranti che attraversano il Canale di Sicilia in cerca di fortuna non è nemmeno umano lasciare affogare questa povera gente per una questione di principio. Tra l’ altro questo tipo di braccio di ferro così cinico non ha prodotto alcun risultato in campo europeo. Ci ha solo fatto guadagnare la fama di Paese incattivito e sprezzantemente insensibile alle tragedie del mare, come dimostrano le vicende della Sea Watch e del capitano Carola Rackete, rimbalzate sulla stampa internazionale. Ha detto la comandante della Sea Watch, ingiustamente arrestata e poi rilasciata, come ha stabilito il giudice dele indagini preliminari di Agrigento: "Non e' facile raccogliere tutti gli insulti che Salvini ha fatto in queste settimane e anche le forme di istigazioni a delinquere, cosa che e' ancora piu' grave se arriva da un ministro dell'interno".

“Sbruffoncella”. “Viziata”. “Comunista”. Il ministro Salvini nei confronti della vicenda non ha mai elaborato un ragionamento serio sulla liceità della condotta di questa cooperante delle Ong. Semplicemente Carola Rackete andava sbeffeggiata  e respinta al mittente perché voleva violare la “sua” legge, quel decreto sicurezza che impone i porti chiusi e addirittura multa le navi che soccorrono vite in mare (a quando sanzioni per le ambulanze che soccorrono clandestini in fin di vita?). Peccato che venti, dicasi venti ordinari di diritto internazionale abbiano affermato che il comportamento della coraggiosa capitana tedesca era pienamente conforme alle norme statali e alle convenzioni globali. Del resto qualunque legge degna di questo nome mira alla salvezza degli uomini. Altrimenti non è una legge giusta e merita la disobbedienza civile.

Ma il governo sembra essersi intestardito in questa politica che ci tira tutti fuori dal consorzio umano. Al momento in cui scriviamo ci sono due imbarcazioni delle Ong che osano sfidare il decreto sicurezza Salvini: l'equipaggio del veliero Alex, che ha navigato per giorni con il suo carico di umanità dolente sotto il sole a picco in attesa di approdare da qualche parte, dopo l'approdo a Lampedusa è stato indagato e la nave tedesca “Alan Kurdi”, con altri 65 migranti salvati al largo della Libia punta verso l'isola nonostante i divieti. Ai comandanti delle due navi e alla loro odissea  il ministro degli Interni ha risposto con il solito tono sprezzante, lo stesso adoperato nei confronti della capitana Carola Rackete: “Possono scegliere tra la Germania e la Tunisia”.

Il Viminale ha predisposto un divieto di sbarco di entrambe le imbarcazioni. Salvini ha inviato una lettera al suo omologo tedesco Seehofer in cui contesta il “modus operandi esercitato dalle imbarcazioni delle Ong nel Mediterraneo”. Le quali, “conducendo operazioni in aree marittime di competenza di altri Paesi,  si dirigono successivamente per lo sbarco verso le coste italiane”. Un braccio di ferro estenuante sulla pelle di qualche decina di poveri Cristi. Quanto valga questo tipo di atteggiamento nei confronti degli altri Paesi europei, questa offensiva a spese delle Ong e del mondo del volontariato in senso ampio (vale a dire la maggior risorsa di cui dispone l'Italia in questo momento) lo si è visto nella nomine dei vertici che contano dell’ Unione europea: l’ Italia, uno degli Stati fondatori dell’ Europa, è rimasta col becco asciutto. I governi e le cancellerie europee se ne fregano dei porti chiusi e degli slogan. Quelli sono buoni solo per accrescere i consensi tra chi è smarrito e ha paura della propria ombra. La trattativa diplomatica e la politica di spessore è un'altra cosa.

 

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