Bianchi: la fede al tempo del dialogo

«Ecumenico, nel senso di rispetto nei confronti dei cristiani di altre confessioni, il Concilio lo è stato davvero». Parla il priore della Comunità monastica di Bose.

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Il Vaticano II contiene nella sua denominazione ufficiale l’ aggettivo “ecumenico”, secondo la prassi plurisecolare della Chiesa cattolica di contraddistinguere con quel termine i sinodi generali di tutti i vescovi del mondo. Ma “ecumenico”, nel senso di rispetto nei confronti dei cristiani delle altre confessioni e aperto al dialogo con loro, il Concilio lo è stato sia nella sua preparazione che nello svolgimento: basti pensare allapresenza di osservatori non cattolici a tutte le sessioni dell’ intensa attività del Segretariato per l’ unità istituito da papa Giovanni già durante la fase preparatoria.

Ed “ecumenico” il Concilio lo è stato anche, forse soprattutto, per il cambio di paradigma nel modo di intendere la ricerca dell’ unità visibile dei cristiani: l’ ecumenismo cessava di essere l’ aspirazione utopicao il compito specialistico di qualche appassionato. Secondo le parole di Giovanni Paolo II nell’ enciclica Ut unum sint «l’ ecumenismo, il movimento a favore dell’ unità dei cristiani, non è soltanto una qualche appendice, che s’ aggiunge all’ attività tradizionale della Chiesa. Al contrario, esso appartiene organicamente alla sua vita e alla sua azione e deve, di conseguenza, pervadere questo insieme ed essere come il frutto di un albero che, sano e rigoglioso, cresce fino a raggiungere il suo pieno sviluppo. Così credeva nell’ unità della Chiesa Giovanni XXIII e così egli guardava all’ unità di tutti i cristiani».

Questa convinzione di “appartenenza organica” dell’ ecumenismo alla vita della Chiesa ha progressivamente operato un grande mutamento nei cristiani comuni, passati da una situazione di ignoranza degli altri – se non, a volte, di disprezzo e di condanna – a una consapevolezza di doversi“convertire” tutti a una maggiore fedeltà alla volontà del Signore espressa nella preghiera al Padre durante l’ ultima cena: «Siano una cosa sola, perché il mondo creda» (Gv 17,21). Se diverse Chiese protestanti e ortodosse avevano già vissuto e realizzato un cammino ecumenico, per i cattolici è stato il Concilio a guidarli con sapienza e spirito evangelico dalla negazione alla possibilità concreta dell’ ecumenismo.

Alcune delle speranze accese al momento del Concilio sono andate frustrate. Avendo iniziato la vicenda della Comunità monastica di Bose in quegli anni, posso testimoniare poi quanto ci si attendesse che le Chiese arrivassero a una comunione più forte di quella attuata. Eppure non hanno ancora esauritola loro spinta profetica le parole del Decreto conciliare Unitatis redintegratio: «Coloro che credono in Cristo e hanno ricevuto debitamente il Battesimo, sono costituiti in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa cattolica. Non v’ è dubbio che, per le divergenze che in vari modi esistono tra loro e la Chiesa cattolica, sia nel campo della dottrina e talora anche della disciplina, sia circa la struttura della Chiesa, impedimenti non pochi, e talora gravi, si oppongono alla piena comunione ecclesiastica, al superamento dei quali tende appunto il movimento ecumenico. Nondimeno, giustificati nel Battesimo dalla fede, sono incorporati a Cristo, e perciò sono a ragione insigniti del nome di cristiani, e dai figli della Chiesa cattolica sono giustamente riconosciuti quali fratelli nel Signore».

Sta a noi, mentre celebriamo il cinquantesimo anniversario di quella “novella Pentecoste”, far sì che queste parole si traducano in gesti quotidiani alimentati dalla preghiera e dalla conversione all’ unico Signore della Chiesa che tutti professiamo come «una, santa, cattolica e apostolica».

Enzo Bianchi, priore della Comunità monastica di Bose.
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