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Confessarsi costa molto, ma il presuntuoso sazio della sua giustizia non riceve il perdono

Alla prima udienza generale dell’ anno papa Francesco con l’ atto penitenziale riprende la catechesi sulla santa messa


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Alla prima udienza generale dell’ anno papa Francesco con l’ atto penitenziale riprende la catechesi sulla santa Messa. "Non basta non fare del male, occorre scegliere il bene”.

“Spesso ci sentiamo bravi perché – diciamo – ‘non ho fatto male a nessuno’ . In realtà, non basta non fare del male al prossimo, occorre scegliere di fare il bene cogliendo le occasioni per dare buona testimonianza che siamo discepoli di Gesù”: la catechesi di Francesco durante l’ udienza generale di questa mattina, la prima del 2018, è dedicata all’ atto penitenziale. Un passaggio della santa Messa spesso preso a cuor leggero, che viene spiegato dal Papa in tutta la sua complessità. Perché, prima di tutto, “favorisce l’ atteggiamento con cui disporsi a celebrare degnamente” la messa, ossia il riconoscere “che siamo peccatori”.

“Che cosa può donare il Signore a chi ha già il cuore pieno di sé, del proprio successo? Nulla, perché il presuntuoso è incapace di ricevere perdono, sazio com’ è della sua presunta giustizia”. Francesco cita a mo’ di esempio la parabola del fariseo e del pubblicano, dove soltanto il secondo – il pubblicano – torna a casa giustificato, cioè perdonato (cfr Lc 18,9-14). “Chi è consapevole delle proprie miserie e abbassa gli occhi con umiltà, sente posarsi su di sé lo sguardo misericordioso di Dio. Sappiamo per esperienza che solo chi sa riconoscere gli sbagli e chiedere scusa riceve la comprensione e il perdono degli altri”.

Per questo all’ inizio della messa si compie “comunitariamente l’ atto penitenziale mediante una formula di confessione generale, pronunciata alla prima persona singolare. Ciascuno confessa a Dio e ai fratelli ‘di avere molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni’ ”. Francesco sottolinea l’ importanza di avere consapevolezza delle proprie omissioni “ossia di aver tralasciato di fare il bene che avrei potuto fare”.

Il fatto di confessare “sia a Dio che ai fratelli” di essere peccatori aiuta a comprendere la dimensione del peccato, che “taglia il rapporto con Dio e taglia il rapporto con i fratelli, il rapporto nella famiglia, nella società, nella comunità. Il peccato taglia sempre, separa, divide”.

Oltre alle parole anche il gesto che le accompagna, battersi il petto, ha un significato potente, perché dice che “ho peccato proprio per colpa mia, e non di altri. Capita spesso infatti che, per paura o vergogna, puntiamo il dito per accusare altri”.

Confessare i propri peccati, dice Francesco, costa molto. E a questo proposito cita un aneddoto: “Raccontava un vecchio missionario, di una donna che è andata a confessarsi e incominciò a dire gli sbagli del marito; poi è passata a raccontare gli sbagli della suocera e poi i peccati dei vicini. A un certo punto, il confessore le ha detto: “Ma, signora, mi dica: ha finito? – Benissimo: lei ha finito con i peccati degli altri. Adesso incominci a dire i suoi”.

Nell’ atto penitenziale le parole e il gesto sono infine accompagnate dalla supplica “alla Beata Vergine Maria, gli Angeli e i Santi di pregare il Signore per noi”. Una richiesta di intercessione a questi «amici e modelli di vita» che ci sostiene “nel cammino verso la piena comunione con Dio, quando il peccato sarà definitivamente annientato”.

Dopo aver considerato le possibili variabili alla preghiera (“Oltre al ‘Confesso’ , si può fare l’ atto penitenziale con altre formule… si può compiere la benedizione e l’ aspersione dell’ acqua in memoria del Battesimo …è possibile cantare il Kyrie eléison”) Francesco ricorda le figure di “penitenti” riportate nella Sacra Scrittura – dal re Davide al figlio prodigo, al pubblicano, a san Pietro, a Zaccheo, alla donna samaritana -. “Misurarsi con la fragilità dell’ argilla di cui siamo impastati è un’ esperienza che ci fortifica”, conclude il Papa, perché “mentre ci fa fare i conti con la nostra debolezza, ci apre il cuore a invocare la misericordia divina che trasforma e converte”. 

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