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L'eutanasia in Belgio e quel pensiero a senso unico

È mai possibile che nonostante i progressi compiuti dalla medicina palliativa di fronte alla vita debole, fragile e malata la soluzione evocata sia sempre e soltanto quella della morte come se la vita umana fosse un giocattolo rotto da buttare via in fretta quando non funziona più?


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Di fronte alla morte per eutanasia di un ragazzo di 17 anni malato terminale non è possibile nessuna crociata, da un parte e dall’ altra. La legge approvata in Belgio (ma lo stesso si avvia a fare anche l’ Olanda) che nel 2014 ha esteso l’ eutanasia anche ai minori è stata una sconfitta per tutti, credenti o laici che si sia.
Lo dimostra la mobilitazione trasversale di leader religiosi e spirituali, medici e pediatri, esperti di bioetica, personalità laiche che due anni fa con argomentazioni serrate e ragionevoli chiesero al Parlamento belga di fermarsi e di riflettere. Non ci fu nulla da fare. Un atteggiamento bizzarro se pensiamo che la società laica odierna ha fatto un vanto del (presunto) pluralismo ideologico e di valori e del (presunto) rispetto per ogni visione della vita e della morte. Rispetto che sta alla base delle società laiche, democratiche e liberali quali sono quelle in cui viviamo.

Tre riflessioni s’ impongono, su tutto. La prima è che il caso del Belgio, alla prova dolorosa dei fatti, dimostra chiaramente che è ipocrita sostenere che un bambino possa chiedere l’ eutanasia in maniera libera e consapevole senza cioè essere in qualche modo condizionato o suggestionato dall’ atteggiamento dei genitori e dei medici che lo curano. E poi, cosa succede – ma non sembra questo il caso – se la madre e il padre sono di parere diverso? Chi decide in quel caso? Nella tradizione giuridica occidentale il diritto di vita e di morte del padre sui figli era stato superato perché barbarico e immorale. Nel cuore dell’ Europa il diritto di decidere della vita altrui, fosse pure quella del figlio, è stato reintrodotto e viene applicato di nuovo oggi.  

La seconda riflessione, più generale ma non meno importante, è che nonostante negli ultimi anni si siano moltiplicate le cattedre, le consulte e i comitati di bioetica (intesa come riflessione interdisciplinare per dare risposte non ideologiche alle questioni del nascere, del vivere e del morire anche alla luce dei progressi della medicina), essa resta la grande esclusa quando nel dibattito pubblico e nelle aule parlamentari si discute di temi eticamente sensibili come questo. Al massimo, secondo un collaudato schema mediatico, si evoca lo scontro laici-cattolici o progressisti-oscurantisti utile solo a sollevare qualche polverone.  

La terza riflessione è, in realtà, un interrogativo: è mai possibile che nonostante i progressi compiuti dalla medicina palliativa di fronte alla vita debole, fragile e malata la soluzione evocata sia sempre e soltanto quella della morte come se la vita umana fosse un giocattolo rotto da buttare via in fretta quando non funziona più?  

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