L'Europa gioca coi dittatori

I primi Giochi europei? In Asia, in Azerbaigian, in casa del dittatore Ilham Aliev. Perché la democrazia a quanto pare va difesa, ma non sempre.

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Quale Paese ha scelto l'Europa per la prima edizione dei Giochi Europei? Ma l'Azerbaigian, perbacco! Voi direte: ma l'Azerbaigian non è in Europa. Certo, ma che fa, quando c'è la buona volontà c'è tutto. E c'è pure molto altro.

Perché quest'Europa, e questo Occidente, assetata di libertà e democrazia non solo i suoi primi Giochi è andata a farli in Asia, ma ha pure scelto come Paese inaugurale una dittatura. L'Azerbaigian, appunto.  Che è una dittatura non da ieri (si sa, i democratici non possono star dietro a tutto) ma dalla metà degli anni Novanta, quando prese il potere l'ex capo del Kgb e poi del Partito comunista azero, Geidar Aliev, che lo tenne, tra brogli e repressioni, fino alla morte avvenuta nel 2003. Non senza aver passato il comando al figlio Ilham, che ha continuato sulla stessa strada del padre, ma con meno astuzia e più forza.

Ma queste, per l'Europa che ha così a cuore la democrazia, sono quisquilie. Così come lo sono gli enormi sprechi di denaro che il padrone dell'Azerbaigian, Ilham Aliev, si concede pur di essere ammesso nel club dei buoni. Un solo esempio: a questa farsa dei Giochi Europei partecipano più di 6 mila atleti e accompagnatori e a tutti loro il regime paga spese di viaggio, trasferta e alloggio. Come non s'era mai visto per nessuna competizione sportiva internazionale.

Di tutte queste cose ben pochi dei nostri prestigiosi organi di stampa hanno parlato. Sul "caso Huseinov", un paio di fugaci articoli e via. Nulla al confronto, per fare un solo esempio, del "caso Navalnyj", il blogger noto oppositore di Putin finito sotto processo in Russia, al quale sono state dedicate infinite articolesse. Sulle pretese faraoniche di Aliev e sulle spese folli cui costringe ora l'Azerbaigian quasi nulla (e meno male che esiste Internet): nulla proprio, se paragoniamo a ciò che è stato scritto sui Giochi invernali di Sochi (ma, anche qui, c'entrava la Russia, noto regno del male) o su quanto venne scritto nel 2012 sull'Ucraina che ospitava i campionati europei di calcio. Ma, anche lì, governava il filo-russo Yanukovich, quindi nulla poteva andar bene.

Invece per l'Europa in Azerbaigian va bene tutto, anzi va benissimo. I grandi meriti del possedimento personale della famiglia Aliev? Il petrolio, ovviamente. E il gas, quello che dovrebbe arrivare in Italia con il Tap. E la disponibilità a fare da cane da guardia dell'Armenia, a sua volta fedele alleata della Russia di Putin, con cui l'Azerbaigian ha combattuto a metà degli anni Novanta una guerra disastrosa che gli ha fatto perdere un sesto del territorio. E, sopra ogni cosa, essere l'Azerbaigian degli Aliev un protettorato americano.

Anche Washington, che promuove la democrazia ovunque tranne che tra i suoi amici, da lungo tempo si batte perché gli Aliev restino al potere. E proprio con Ilham, nel 2005, l'amministrazione Bush mise in funzione il Btc, l'oleodotto Baku (Azerbaigian)-Tbilisi (Georgia)-Ceyhan (Turchia) destinato a far concorrenza agli oleodotti russi nelle forniture verso l'Europa. Degli amici di allora, il georgiano Saakashvili è ridotto a fare il mercenario in Ucraina; Erdogan in Turchia dà i numeri; ovvio che gli amici della democrazia, sui due lati dell'Atlantico, facciano di tutto per tenere in piedi almeno Aliev in Azerbaigian.

 


Il presidente-padrone dell'Azerbaigian, Ilham Aliev, con la moglie Mehriban (Reuters).
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