Crisi, giù anche i beni di consumo

Secondo l'economista Riccardo Moro, il reddito ridotto di molte famiglie causa il crollo anche degli acquisti di beni quotidiani. E così nuovi licenziamenti e recessione.

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Secondo l’ Istat, i precari e i disoccupati in Italia non erano mai stati così tanti. Cresce la disoccupazione, sia femminile che maschile, superando la soglia dell'11% e raggiungendo i 2 milioni e 870mila; ad ottobre, aumenta del 3,3% rispetto a settembre (+93 mila unità) e, su base annua, si registra una crescita del 28,9% (+644 mila unità). Vuol dire che ad ottobre, 3000 persone al giorno hanno perso il lavoro o si sono iscritte alle liste di collocamento. Record anche di precari: 2,9 milioni, tra dipendenti a termine e collaboratori. Secondo il ministro Grilli, questo “è un dato ovviamente negativo, ma atteso: d’ altra parte, con un ciclo economico in rallentamento, in recessione non ci può essere un calo di disoccupazione”. È un dato anche in linea con i Paesi dell’ Eurozona, dove ad ottobre sono stati registrati 18,7 milioni di disoccupati, pari all'11,7%, e dove oggi Draghi ha previsto una ripresa per la seconda metà del 2013.


Secondo Riccardo Moro, docente di Politiche dello sviluppo all’ Università Statale di Milano, la caratteristica della crisi di questi anni è stata l’ autoalimentazione: “Lo spavento per le crisi finanziarie ha prodotto il calo degli acquisti dei beni durevoli, come le automobili, e i successivi licenziamenti. Così, il reddito ridotto di molte famiglie ha causato la riduzione anche degli acquisti dei beni quotidiani e di consumo e la crisi del settore. Nuovi licenziamenti, nuove famiglie sul lastrico, con minore potere di acquisto”. È una spirale da cui, secondo Moro, si uscirà soltanto con un clima di fiducia e con l‘attuazione di politiche espansive. Finora, “l’ Europa -  e la Germania in primis - si è fatta paladina del rigore, ma, anche a partire dalla crisi greca, non ha saputo proporre ricette per la crescita. Se il mercato non trova stimoli espansivi, vanno dati dall’ esterno. Ovviamente senza un indebitamento dissennato. Questo dovrebbe essere il tema al centro della prossima campagna elettorale”.

Moro ricorda come “l’ attuale Governo abbia salvato la credibilità internazionale dell’ Italia e abbia protetto il Paese dalla speculazione internazionale”, ma ora occorre dare una riposta alle biografie di sofferenze che segnano le cronache di ogni giorno. È il disagio sociale che, tradotto in numeri, emerge dal Rapporto Istat. Come il 36,5% dei giovani disoccupati. Il dato, va sottolineato, è calcolato non su tutti i 15-24enni italiani, ma sul totale dei giovani che lavorano o che vorrebbero lavorare, escludendo quindi gli studenti. Verso di loro, tuttavia, Moro ricorda che esiste un problema generazionale: “Il rischio è che siano non solo senza presente, ma anche senza futuro. Infatti, se la riforma della previdenza ha salvato le pensioni per i prossimi 10-20 anni, non sappiamo se questi giovani, cioè l’ Italia del futuro, potranno avere le pensioni”.

Nell’ identikit, tracciato dall’ Istat, degli italiani senza lavoro, la condizione peggiore è per chi è donna, giovane e del Sud: in questo caso, nell’ ultimo trimestre, la disoccupazione è al 43,2%. Gli occupati a tempo pieno continuano a diminuire (-2%, pari a -398.000 unità), ma i licenziamenti interessano soprattutto l’ occupazione a tempo pieno e il Mezzogiorno. Non a caso, gli occupati a tempo parziale aumentano nuovamente in misura sostenuta (+11,6%, pari a 401.000 unità), ma si tratta in gran parte di part-time involontario. Calano poi gli occupati in agricoltura (-4,3%) e nell’ industria, soprattutto di medie dimensioni, con un’ impennata del 5,8% nell’ edilizia, il settore che tradizionalmente assorbe anche manodopera non specializzata. Il terziario registra, invece, una significativa variazione positiva (+1,5%), dovuta alla crescita delle posizioni lavorative sia dipendenti sia autonome.

Infine, commenta l’ economista Moro: “È difficile fare previsioni in questa crisi, ma una cosa è certa: da questa congiuntura economica, caratterizzata dall’ interdipendenza, non si esce da soli, un solo Stato, un singolo settore, o un solo gruppo sociale o generazionale, a scapito degli altri, ma occorre assumere politiche espansive e di fiducia, che siano contagiose tra i vari attori. Se vedremo la luce in fondo al tunnel, dipenderà proprio dal sapere assumere questa prospettiva”.

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