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Steve McCurry: adesso voglio raccontare la vita di mia figlia

Il grande fotografo americano, celebre in tutto il mondo per i suoi ritratti, è impegnato in un nuovo progetto: documentare la storia della piccola Lucia, di 8 mesi. «La mia musa è ora è lei»


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Ciò che rende immediatamente riconoscibili le foto di Steve McCurry è la loro capacità di catturare in un’ immagine la vita in tutta la sua immensa e a volte dolorosa bellezza: i volti delle persone, in particolare, rivelano storie che chiedono di essere ascoltate, ergendosi a icone delle aspirazioni e dei drammi dell’ umanità, soprattutto quella ferita e dimenticata. Risulta del tutto coerente con questa poetica il nuovo progetto del fotografo, annunciato a Brescia dove è in corso al Museo di Santa Giulia la mostra Leggere: raccontare la vita di Lucia, la sua meravigliosa bambina di 8 mesi.

Tutti i genitori amano i propri „gli e così ho deciso di servirmi della mia professione per fare qualcosa di straordinario per lei, portando la fotografia a un altro livello, che racchiuda i ricordi, registri le fasi della sua vita, documenti i suoi viaggi… Lucia ha già viaggiato tantissimo: è stata nei Paesi Bassi, tre volte in Italia, a Cuba, in Birmania, Taiwan, Corea, Portogallo... Nei prossimi giorni partiremo per la Norvegia. Credo che stia vivendo una vita molto interessante e voglio fare in modo che se ne conservi traccia. Questo progetto mi regala un enorme entusiasmo e magari diventerà un libro. Mi sono sempre lasciato ispirare dalla passione di cogliere le persone nel fluire della loro esistenza, in atti quotidiani come leggere, dormire, lavorare e ho voluto fare lo stesso con lei: è bello che adesso la mia musa sia mia figlia», dice McCurry.

Fino a quando porterà avanti questo lavoro?

«Fino a quando non ci sarò più».

Lei è a tutti gli effetti un uomo occidentale: è nato a Philadelphia, ha studiato negli Stati Uniti. Da dove viene la sua attenzione per gli ultimi della Terra, i poveri, i rifugiati?

«Quando si viene a contatto con la povertà, con persone in condizioni estreme che lottano per avere il cibo o l’ acqua potabile, si rimane toccati profondamente, qualunque siano il nostro passato e la nostra identità. In realtà tutti dovrebbero fare qualcosa per migliorare la situazione di questa gente».

La fotografia è in grado di cambiare la storia e il destino delle persone?

«Certamente può aiutare a cambiare lo stato delle cose, come le altre arti, ma solo in piccole dosi, perché esistono condizioni difcili da modicare».

Ha detto: «Se sai aspettare, le persone si dimenticano della tua macchina fotograca e la loro anima esce allo scoperto»: signi- ca che la fotograa è una forma di empatia, di prossimità all’ essere umano?

«È così: c’ è una chimica che istituisce un legame con le persone, grazie al quale si può gettare una sguardo nella loro anima e nella loro personalità».

Lei è famoso per gli splendidi ritratti in cui il volto delle persone diventa assoluto protagonista: cosa esprimono i volti?

«Raccontano la nostra storia, in una ruga si concentrano anni di emozioni. Se si sa osservare un volto con il giusto sguardo, si riesce davvero ad apprendere qualcosa di profondo della persona che abbiamo di fronte. Però è necessario sviluppare una competenza per avere lo spirito giusto e cogliere il momento: allora scocca l’ intuizione della sua essenza».

Le sue fotograe comunicano una sensazione di bellezza anche quando affrontano situazioni di dolore e di privazione: è un effetto ricercato o spontaneo?

«Spontaneo, quella sensazione riguarda la reazione dell’ individuo. Da parte mia non vi è alcuna intenzione di edulcorare la realtà».

Nel 2013 è stato chiamato a realizzare il calendario Pirelli. Lei ha sorpreso tutti scegliendo di non fare delle foto di nudo, come da tradizione, ma di puntare su donne impegnate socialmente. Come è nata l’ idea?

«Il calendario Pirelli è un appuntamento prestigioso per i fotogra e quando l’ hanno afdato a me ne sono stato felice, ma ho deciso di fare le cose a modo mio. Per dare un senso al progetto ho tentato di creare sintonia fra la consuetudine del calendario e il mio modo di lavorare: ho cercato donne sì bellissime, ma che si fossero anche spese per l’ ambiente, il cambiamento climatico, l’ istruzione… Il modello è Petra Nemcova, la modella ceca che nel 2006 ha fondato una fondazione no prot impegnata nella ricostruzione delle scuole distrutte dalle calamità naturali: un esempio di conciliazione fra vita professionale di successo e generosità».

Ha trascorso molto tempo con i monaci buddhisti. Che cosa le hanno lasciato?

«Nutro profondo rispetto per loro e per la loro pratica, perché migliora la mente e insieme offre servizi alla comunità. Ammiro la loro curiosità, la serenità del loro stile di vita nonostante la disciplina austera che essi stessi si impongono. Sono persone con una mente lucida e aperta, che attribuiscono una grande importanza alla compassione».

Non posso non farle una domanda su Sharbat Gula, la ragazza afghana dagli occhi verdi, divenuta simbolo di tutti i profughi del mondo. Lei l’ ha incontrata per la prima volta nel 1985, poi una seconda nel 2002. Che cosa l’ ha spinta a cercarla e fotografarla di nuovo?

«Migliaia di persone hanno cercato informazioni, hanno offerto aiuto, alcuni l’ hanno chiesta in sposa… Questo enorme interesse mi ha portato, 17 anni dopo, a pensare che fosse necessario rivederla. So che oggi sta bene, ha una casa a Kabul, grazie all’ interessamento diretto del presidente dell’ Afghanistan».

Quindi la fotografia ha cambiato la sua vita...

«La sua, ma certamente anche la mia».

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