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Martina e Alex. Ecco perché non faranno i genitori

Martina Levato e Alexander Boettcher, perdono la responsabilità genitoriale del bambino nato a ferragosto del 2015. La psicologa Rosalinda Cassibba spiega che prima di dare il bambino in adozione c'è stata un'accurata verifica da parte dei periti. La famiglia adottiva dovrà, poi, aiutarlo ad affrontare le sue origini


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Il Tribunale per i minorenni di Milano ha dichiarato lo stato di adottabilità del figlio di Martina Levato e Alexander Boettcher, i due giovani condannati per le violente aggressioni con l’ acido avvenute a Milano nel 2014. I giudici hanno anche stabilito la sospensione della responsabilità genitoriale di Alex e Martina e la immediata sospensione di ogni tipo di rapporto della coppia con il piccolo, nato a ferragosto del 2015. Una decisione che arriva a quattordici mesi dalla nascita del bambino, dopo accurate verifiche da parte dei periti e il tentativo degli imputati e dei familiari di bloccare la decisione dei giudici. Chiediamo a Rosalinda Cassibba, docente di Psicologia dello sviluppo e dell'educazione presso l’ Università di Bari, esperta di affido e adozione, un parere sulla correttezza della decisione dei giudici e sui motivi dei tempi, così lunghi, per prendere questa decisione.    


Cosa pensa del fatto che il bambino di Martina Levato e  Alexander Boettcher non sia andato in adozione subito dopo la nascita?

«Prima di allontanare un bambino dai genitori naturali si verifica se posseggono l’ effettiva capacità di garantire lo sviluppo del bambino. E così è stato fatto. Anche se la Levato e Boettcher hanno compiuto un reato davvero grave, con la perizia del giudice si è cercato di verificare comunque la loro reale personalità e l’ andamento della relazione instaurata con il bambino. Quando si prendono queste decisioni non si può sbagliare. Con le indagini si è valutata l’ incapacità di recupero dei due imputati. C’ è voluto tempo ma si è giunti  alla conclusione che non era previsto, dai due genitori, alcun spazio per il bambino nella loro vita».


Ma non sono troppi quattordici mesi per prendere questa decisione che sembrava annunciata?
«Può sembrare così. Ricordiamoci, però, che il bambino non è stato abbandonato ma accudito. I tempi sono lunghi ma il bambino non ha vissuto privo di relazioni e ha goduto di un contesto affettivo dove, con gli educatori, ha stabilito quella relazione che serve alla sua crescita e alla sua salute».

Che ricadute avrà sullo sviluppo questo primo anno senza famiglia e il distacco dalle figure (tra cui anche la madre) che ha conosciuto sino ad ora?
«Tutto dipende da come ha vissuto questo primo anno di vita. Non dico che  l'allontanamento da chi lo ha cresciuto sino ad ora sia indolore, ma se ha avuto un contesto affettivo stimolante e positivo come credo potrà adattarsi e inserirsi nella nuova famiglia con serenità. È importante anche che le fasi del distacco vengano seguite con cura e attenzione. In tal modo il  bambino potrà eleborare il lutto».

Come potranno e dovranno affrontare questa sua origine così complessa i genitori adottivi?

«Non dovranno tenerglie nascosta la sua storia e la sua nascita, ma piuttosto aiutarlo a confrontarsi con la realtà.  È importante che non lo scopra da solo dai giornali. Solo chi gli vuole bene potrà spiegargli quali sono le sue origini in maniera adeguata e in modo tale da non farlo soffrire o traumatizzarlo. Questo, poi, lo aiuterà a decidere come e quando raccontarlo agli altri».


Cosa risponde, pensando a questo caso o a casi simili, a chi sostiene che l’ affido ai genitori naturali sia per il bambino sempre la migliore soluzione?
«Non è vero. E non perché ci siano mamme cattive ma perché le esperienze passate, in certe persone,  a volte creano condizioni patologiche che interferiscono con le capacità genitoriali. Mettere al mondo un figlio non garantisce l’ avere una competenza genitoriale. Mentre invece una mamma adottiva, senza avere generato, può avere questa capacità».

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Martina Levato in tribunale durante la gravidanza
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