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Disastro aereo delle Ande, quando Canessa raccontò: "Abbiamo sentito Dio vicinissimo"

Ripubblichiamo la straordinaria intervista di 45 anni fa resa alla grande "firma" del settimanale Maria Grazia Cucco


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INCONTRO CON DUE PROTAGONISTI DELL’ ALLUCINANTE TRAGEDIA DELLE ANDE

Sarò sincera: intervistando Roberto Canessa e Nando Pàrrado, i più qualificati e rappresentativi tra i sopravvissuti al disastro aereo delle Ande dell 'autunno '72, non ho compiuto quello che si chiama un colpo giornalistico. Dal giorno in cui, frastornati e stravolti, ancora vacillanti per la stanchezza e la debolezza, si sono lasciati intervistare a Los Maitenes, prima tappa del loro ritorno alla civiltà, questo è il 154° incontro con un giornalista.

Il calcolo l'ha fatto Canessa, giovanotto attento e preciso. Possiamo fidarcene. Un'altra confessione. Non ero entusiasta dell'idea di incontrarmi con gli esponenti di un gruppo che, per sopravvivere settantadue giorni a tremilaottocento metri di altezza, circondato dalla neve, lontano centinaia di chilometri dal più vicino centro abitato, si era cibato con i corpi dei compagni caduti. Trovavo persino un po' indecente quel loro girare per il mondo a tener conferenze e a rilasciare interviste.

Nessuno gli rimprovera nulla, a questi ragazzi: sia ben chiaro. l moralisti più intransigenti li hanno assolti fin dal primo momento in cui si è sparsa la voce del loro cannibalismo dettato dalla disperazione. Tuttavia, come tanti, anch'io pensavo che un poco più di discrezione, un velo gettato sull'atroce vicenda, non avrebbe guastato.

Sedici, sui quarantacinque partiti dall'aeroporto di Mendoza il 13 ottobre del '72, avevano potuto tornare a casa sani e salvi. Ecco tutto; si dimentichi il resto. Ma poi ho visto Canessa e Parrado, li ho sentiti tenere una vivace conferenza-stampa nell'aula affollatissima di una scuola milanese, gli ho parlato a lungo; e in un certo senso mi hanno convinto. Hanno ragione loro a non dimenticare e a non volere che la gente dimentichi. La loro avventura non è stato un episodio personale. Fa parte, loro ritengono, della storià dell'umanità.

Un caso-limite: ma anche i casi-limite hanno validità esemplare. E se l'800 ha avuto la sua "zattera della Medusa", immortalata dal pittore Géricault, con il suo tragico carico alla deriva al largo delle coste africane, il nostro secolo ha l'aereo delle Ande, che testimonia fino a che punto possano arrivare le doti di resistenza dell'uomo quando le anima una grande fede ed una grande volontà di sopravvivere.

L'episodio, già abbastanza noto, è stato riportato d'attualità dalla pubblicazione contemporanea in dodici lingue di un libro di Piers Paul Read: Tabù, la vera storia dei sopravvissuti delle Ande, la cui edizione italiana è curata dalla Sperling & Kupf er. Sono 357 pagine di resoconto fedele, spassionato, non di rado crudo, di una vicenda rigorosamente vera, anche se pare inventata. Ma nessuna fantasia umana sarebbe arrivata a tanto.

A grandi linee, la storia· è questa: nella prima metà di ottobre del 1972 una squadra di giocatori di rugby, ex alunrti dei Fratelli cristiani di Montevideo, noleggia un aereo militare, un Fairchild F 227, bimotore turboelica, per raggiungere Santiago, dove verrà disputato un incontro con la rappresentativa cilena. Sull'aereo prendono posto anche amici, sostenitori o, semplicemente, gente che vuole raggiungere il Cile in volo usufruendo delle tariffe charter. Partito da Montevideo il 12 ottobre, ii Fairchild è costretto dal maltempo ad una prima sosta a Mendoza, in Argentina. Si risolleva in volo il giorno seguente, ma, per motivi che non risulteranno mai ben chiariti, precipita nel mezzo della Cordigliera andina, perdendo la coda e le ali. Alcuni dei passeggeri muoiono sul colpo, altri nelle ore immediatamente successive. I sopravvissuti sono ventisette. Una valanga li decimerà ulteriormente. All'inizio sono ottimisti circa la possibilità di venir tratti in salvo, ma i giorni passano, gli aerei continuano a sorvolare la zona e nessuno sembra notare la presenza dei rottami del Fairchild.

Dopo una decina di giorni, il gruppo viene a sapere via radio che le ricerche sono state sospese. Il freddo è pungentissimo, le ridotte scorte di viveri sono esaurite, i feriti si indeboliscono sempre di più. Bisogna prendere una decisione: o lasciarsi consapevolmente morire, o, altrettanto consapevolmente, nutrirsi con l'unico cibo a disposizione. È una decisione difficile sul piano morale, psicologico, fisiologico. Si tratta di infrangere un tabù tra i più sacri.

È il 22 ottobre. Canessa, studente di medicina, si avvicina ad un cadavere, lo seziona, poi se ne ciba. Gli altri, a poco a poco seguiranno il suo esempio. Per i più riluttanti c'è anche una giustificazione mistica, e la trova Pedro Algorta: « È come la santa Comunione. Morendo, il Cristo ci offrì il suo corpo affinché potessimo godere della vita spirituale. Il mio amico ci ha dato il suo corpo affinché possiamo godere della vita fisica».

Alla ricerca di una strada. Intanto, i più robusti e i più decisi del gruppo rinnovano i tentativi di trovare uno sbocco alla vicenda. Vengono organizzate piccole spedizioni per la ricerca di una strada che permetta a qualcuno dei sopravvissuti di scendere a valle. Tutti i tentativi vanno a vuoto fino a quando Canessa e Parrado, superando difficoltà che sembreranno incredibili agli stessi montanari andini, non raggiungono una località frequentata da pastori e ottengono di essere messi in contatto con le autorità militari. Il 21 dicembre, i prin1i elicotteri che raggiungono la fusoliera del Fairchild trovano quattordici superstiti ed una distesa di resti umani.

«I cadaveri sono stati divorati dai condor? » chiede uno dei soccorritori. «No, da noi», risponde con franchezza uno dei sopravvissuti, Gustavo Zerbino. Da quel giorno, la domanda che ricorre più spesso nelle interviste a Canessa e Parrado è, naturalmente: «Siete rammaricati di quello che avete dovuto fare?». La risposta, naturalmente, è no. Proprio perché l'hanno dovuto fare, e proprio perché questo li ha messi in condizione di sopravvivere, non sono né rammaricati né turbati.

«Sono sereno ora come ero sereno prima della brutta avventura», dice Nando Parra, il più placido della coppia. «La mia coscienza è tranquilla», sostiene Canessa, vivacisimo, vibrante.

E oggi Nando ha 24 anni. un ragazzone biondo, con i capelli lunghi, e tradisce in tutto l'origine slava: sua madre, infatti, morta insieme con la sorella di Nando nell'aereo maledetto, era russa. Nando non studia più.. aiuta il padre nell'azienda familiare, che tratta dadi e bulloni. Roberto, bruno, capelli ondulati, occhi tondi a succhiello, mani e bocca in perpetuo movimento, ha 21 anni e frequenta il quarto anno di medicina alla università di Montevideo. L'incidente sulle Ande non ha inciso sulla sua carriera di studente. Venti giorni dopo il ritorno era già in grado di dare un esame: per la precisione, quello di neurologia. «Però», fa onestamente notare, «sono stato aiutato molto dai miei compagni».

Roberto Canessa è di origine italiana; il suo trisnonno si trasferì in Uruguay dalla Liguria. Era orologiaio e veniva da Chiavari o da Genova, Roberto non sa bene. Disinibito, simpatico, chiacchierone, il giovane Canessa si è un poco assunto il compito di ideologo della vicenda. Una certa disposizione naturale, unita ad un anno e mezzo di allenamenti. lo mettono in condizione di tener testa alle domande più insidiose e più maligne, come anche alle più sciocche. Non si scandalizza mai, anche se sembra di dover cogliere tanto in lui quanto in Parrado un atteggiamento molto sfumato di difesa.

Perché hanno accettato di collaborare alla stesura di un libro, sollevando il sospetto di voler speculare su una vicenda che è costata la vita a ventinove persone?

Risponde Canessa: «Non siamo usciti dalla montagna per scrivere un libro: ma abbiamo voluto che fosse scritto perché tutti sapessero che anche nelle condizioni più disperate gli uomini possono trovare in sé l'energia sufficiente a salvarsi; che la vita è possibile anche nelle condizioni più straordinarie di emergenza. E anche per far capire l'importanza della religione, del sacrificio».

Per i familiari delle vittime

«Certo, percepiamo dei quattrini per questa operazione. Dicono che vendiamo la nostra sofferenza: ma intanto i soldi che guadagneremo non serviranno per farci fare la bella vita, ma per costruire due scuole e due case. Queste ultime, sono per le famiglie di coloro che hanno perso la vita sulle Ande. È gente rimasta senza appoggi, perché le assicurazioni non hanno fatto il loro dovere».

I rapporti dei sopravvissuti con le famiglie delle vittime sono buoni. Sorprendentemente buoni, viene da dire, se si pensa che il padre di uno dei ragazzi periti sul Fairchild, il signor Nicolich, ha attraversato l'Atlantico per apparire alla televisione francese e giustificare l'operato dei superstiti.

«Le accuse di incuria o di mancanza di solidarietà non sono mai venute dai parenti delle vittime», sostiene Canessa.

Non hanno mai provato il desiderio di tornare da turisti sul luogo che vide il loro calvario?

«Oh; no», rispondono Parrado e Canessa quasi ad una voce. Spiegano che si tratta di un luogo inacessibile e pericoloso da raggiungere, come dimostrano le difficoltà incontrate dagli stessi elicotteri delle squadre di soccorso. Nella stagione fredda tutto scompare sotto un manto di ghiaccio. Nella stagione calda, che corrisponde al nostro inverno, la neve è sempre molto alta ed inoltre le valanghe precipitano quasi in continuazione. Dopo la conclusione dell'avventura solo un gruppetto di specialisti del corpo di soccorso andino, accompagnati da un prete, si spinsero fino sul luogo della sciagura per dar sepoltura cristiana a ciò che restava dei corpi delle vittime. Scelsero un punto protetto dalle valanghe, scavarono una fossa comune e la contraddistinsero con un mucchio di sassi ed una croce. Infine diedero fuoco ai resti della fusoliera, eliminando deliberatamente la testimonianza più vistosa di tante sofferenze.

Secondo Parrado, la prodigiosa sopravvivenza sua e dei compagni è senz'altro da attribuire al fatto che, prima di cadere sulle Ande, formavano un team, una squadra sportiva molto affiatata. Erano giovani, erano allenati, la pensavano tutti nello stesso modo. Se dell'incidente fossero stati protagonisti i passeggeri di un normale aereo di linea, persone di ogni età, estranee tra loro, non si sarebbero mai potute creare le condizioni per una battaglia così disperata, così ostinata contro la morte.

Ma Canessa la vede in un altro modo. «Eravamo come gli altri. Se siamo sopravvissuti lo dobbiamo alla fede. Sì, tutti credevamo in Dio, e là, prigionieri della montagna, Dio l'abbiamo sentito vicinissimo, uno di noi, qualcuno a cui potevamo rivolgerci con molta confidenza. Al tempo stesso sentivamo che non era giusto attendere la salvezza senza impegnarci noi stessi. Non volevamo essere cattolici passivi, gente di devozione e basta. Sentivamo di dover agire. Forse le nostre preghiere non erano del tutto ortodosse. Per esempio, quando recitavo il "Padre nostro" e arrivavo all'invocazione "sia fatta la tua volontà", dentro di me aggiungevo: "per favore, fa' che la tua volontà sia che io viva". Non chiedevo a Dio che mi rendesse le cose facili; chiedevo solo che non me le rendesse impossibili. Uno di noi, Carlitos Paez, aveva una sua preghiera speciale. Diceva: "Guarda, Dio, se mi fai uscire vivo di qui, non te ne pentirai". Ecco, noi stiamo girando il mondo, raccontiamo la nostra storia, teniamo vivo il ricordo dei morti proprio perché Dio non debba pentirsi di averci fatto superare quella prova· tremenda».

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