Gli stranieri che "fanno" l'Italia

Sono il 10,1% degli occupati, dichiarano al fisco 43,6 miliardi di euro, pagano di Irpef 6,5 miliardi di euro l’ anno. Altro che rubare lavoro e risorse: secondo il Rapporto annuale della Fondazione Moressa gli stranieri in Italia sono una risorsa importante. Ecco l’ identikit “economico” dell’ immigrato che lavora.

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Nonostante la crisi, gli stranieri rappresentano ancora una risorsa per l’ Italia: sono il 10,1% degli occupati (2,3 milioni di lavoratori), al momento della dichiarazione dei redditi notificano al fisco 43,6 miliardi di euro (pari al 5,4% del totale dichiarato) e pagano di Irpef 6,5 miliardi di euro l’ anno (il 4,3% del totale dell’ imposta netta).

Ma la crisi sta modificando progressivamente anche le prospettive economiche e occupazionali dei migranti che iniziano a trovarsi per la prima volta in competizione con i nuovi disoccupati italiani disposti ad accettare lavori e redditi sinora rifiutati. Lo dice il terzo Rapporto Annuale sull’ Economia dell’ Immigrazione realizzato dalla Fondazione Moressa ed edito da Il Mulino, che analizza come gli stranieri stiano reagendo di fronte alla crisi.

C’ è un altro dato su cui riflettere: alla faccia di chi urla all’ invasione, almeno 32 mila stranieri nel 2011 hanno deciso di lasciare il nostro Paese. Ebbene, si tratta di un danno per le casse dello Stato di ben 87 milioni di euro. Infatti, gli stranieri sono anche lavoratori che pagano le imposte: in Italia si contano 3,4 milioni di contribuenti nati all’ estero (dati riferiti al 2011) che corrispondono all’ 8,3% del totale. Gli stranieri dichiarano mediamente 12.880 euro (6.780 in meno rispetto agli italiani) e si tratta quasi esclusivamente di redditi da lavoro dipendente. Nel 2011 i nati all’ estero hanno pagato di Irpef 2.937 euro a testa.

«Il migrante va infatti visto come una persona che partecipa alla comunità, come un membro attivo che ha una propria progettualità. Da qui la politica deve partire per dare risposte», ha detto il Ministro Kyenge intervenendo alla presentazione del Rapporto all’ Università di Milano. Da un lato, ha ricordato che «è importante che l'emergenza sulle coste del Mediterraneo non faccia dimenticare il fenomeno strutturale dell'immigrazione economica. Perché chi ha un lavoro in Italia, e soprattutto chi lo perde in questo periodo di crisi, va tutelato con uno status giuridico che dia un corretto riconoscimento dei suoi diritti».

D’ altro canto, il Ministro, che ha scritto anche l’ introduzione del Rapporto, ha spiegato: «Negli ultimi dieci anni si sono diffusi, nel nostro Paese, pregiudizi che in realtà vengono da molto lontano e hanno accompagnato la crescita dei movimenti xenofobi nei Paesi avanzati da almeno cinquant’ anni. Infatti erano già presenti nella celebre invettiva di Enoch Powell a Birmingham nel 1963. Questi pregiudizi ruotano attorno a due concetti fondamentali: gli immigrati sono venuti a rubare il lavoro agli autoctoni e rappresentano un grande costo per i servizi di welfare, a partire dalla sanità, dalla scuola e dalle case popolari.

Una propaganda efficace supportata da molti media ha radicato queste convinzioni in ampi strati dell’ opinione pubblica, che vanno ben al di là del consenso di una singola forza politica. Ecco quindi che la presentazione di una serie di dati oggettivi, come quelli della Fondazione Moressa, sono la base di una buona politica, sulla strada della competenza e della conoscenza». Perché, come si dice nel Rapporto, «l’ immigrazione non è né una minaccia, né una semplice risorsa da sfruttare. È un processo che può offrire grandi opportunità per la nostra società così come per l’ economia».

Serve quindi analizzare come gli stranieri lavorano, fanno impresa, versano le imposte, soffrono la crisi, mandano le rimesse nei Paesi di origine. Per quanto riguarda il mercato del lavoro, dal 2008 al 2012 si è assistito in Italia a un aumento della disoccupazione straniera di 5,6 punti percentuali, passando dall’ 8,1% all’ 14,1% e raggiungendo 382 mila immigrati senza lavoro. E contemporaneamente, pur essendo aumentati anche il numero di occupati, il tasso di occupazione straniera è però calato di 6,5 punti percentuali, arrivando al 60,6%.

L’ aumento dell’ occupazione è merito della componente femminile prevalentemente occupata nei servizi alle famiglie e di assistenza, mentre si riduce la domanda di manodopera maschile nei comparti produttivi e dell’ edilizia specie nel Nord. Questo significa che la contrazione della domanda di lavoro ha riguardato i lavoratori stranieri nei comparti produttivi tradizionali, accentuando le situazioni di sovraistruzione (41,2%), di sottoccupazione (10,7%) e aumentando i divari retributivi tra italiani e stranieri (336 €).

Ma la crisi sta lentamente modificando gli equilibri tra occupazione italiana e straniera, la prima sempre più disposta a ricercare impieghi che da tempo sono di esclusivo appannaggio dei migranti. In particolare, nell’ ultimo anno si osserva un maggior afflusso di italiani tra gli addetti alla pulizia degli edifici, tra il personale non qualificato nelle miniere e nelle cave, tra i conduttori di impianti per la fabbricazione della carta, tra i venditori ambulanti, tra i vasai e soffiatori e tra il personale non qualificato addetto alla cura degli animali.

Infine, il Rapporto analizza le rimesse mandate dagli stranieri nei Paesi di origine. Nel 2012, il valore è di 6,8 miliardi di euro, pari allo 0,44% del Pil, e la Cina assorbe il 39,1% dell’ ammontare. Nel corso dell’ ultimo anno si è assistito ad una contrazione del 7,6%, ancora più significativa di quella registrata tra il 2009 e il 2010 (-2,6%). Commentano dalla Fondazione Moressa: «Se da un lato questo calo può essere spiegato da un impoverimento della popolazione straniera che a causa della crisi ha visto erodere una parte del risparmi che mandava nei Paesi d’ origine, dall’ altro può essere spiegato anche per il progressivo trasferimento degli stranieri verso l’ estero».

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