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Il racconto del carcerato che ha commosso il Papa

"Il cuore ha sete di perdono" è il titolo di un’ antologia di racconti scritti dai 166 carcerati provenienti da 80 istituti penitenziari che hanno partecipato alla nona edizione del Premio Carlo Castelli. Il volume è stato consegnato a papa Francesco da Antonio Gianfico, presidente nazionale della società di San Vincenzo De Paoli (foto dell'Osservatore Romano). Pubblichiamo il racconto vincitore: “E allora ti chiedi" di Diego Zuin.


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Pubblichiamo il racconto "E allora ti chiedi" del detenuto Diego Zuin,  vincitore del 1° premio del concorso Carlo Castelli promosso dalla società San Vincenzo de Paoli.

A un certo punto della vita capita che gli interrogativi che ti poni martellino in testa tanto da farti male, così intensamente che potresti impazzire se non fossi munito degli opportuni anticorpi temprati dall'esperienza. E in quei momenti, in questo luogo, devi continuamente fare i conti con te stesso. E allora ti chiedi come tu sia potuto arrivare a questo punto, ti domandi come diavolo tu abbia fatto a ridurti così, a perdere tutto in men che non si dica. A pensarci bene, quell’ unico reato commesso ormai in età adulta è forse il conto più salato che ho dovuto pagare al mio passato, alla vita che ho continuamente sfidato e alle volte sfregiato. E con tutto il tempo a disposizione che si ha in galera è inevitabile pensare e meditare e dannarsi e maledirsi.

Certo, sempre che tu abbia una coscienza degna di tal nome, e che quindi la medesima ti permetta di renderti conto delle macerie che hai prodotto, della gente che hai deluso, della fiducia che hai tradito, dei sensi di colpa che ti scavano dentro come un fiume lento e costante che erode anche la roccia più resistente. Il problema - che poi a parer mio è una virtù - è che la mia coscienza è quantomai ben presente, quantomai lucida e spietata al tempo stesso. Non riesco in alcun modo a metterla a tacere, non riesco a riderci sopra, a sdrammatizzare forzatamente come osservo fare a molti e, ancor meno, a narcotizzarla con psicofarmaci che in questi luoghi si ottengono persino troppo agevolmente. No, non riesco a difendermi dalla stretta dei rimorsi che la coscienza fa ribollire continuamente nel mio stomaco come lava rovente. Proprio non riesco, non posso, non voglio. È appunto il progressivo confronto con me stesso, con il mio reato, con gli errori non riconosciuti in tempo nel passato che mi tiene vivo, che mi permette di procedere in uno stato di perenne autoanalisi, che mi porta a rimettermi in discussione, a pormi in maniera differente nei confronti degli altri, della mia famiglia, di chi mi sta aiutando, passo dopo passo, ormai da anni.

Certo, poi si ride e si scherza, si condivide il pranzo con i compagni, discutendo di calcio, di politica, di donne e motori, di frivolezze, più che altro per non isolarsi completamente. Solo che poi, una volta rimasto solo, giungono impietosi demoni da fronteggiare, e non c’ è risata o abbuffata o ritemprante tazza di caffè fumante da condividere che possa lenire le ferite provocate dai propri conflitti interiori. E allora ti chiedi per quanto ancora dovrai tener duro prima di riuscire a scorgere perlomeno un tenue barlume. Nel corso degli anni ho divorato intere biblioteche, ho scritto migliaia di parole su centinaia di fogli immacolati, mi sono diplomato, sono tuttora uno studente universitario. Non ho ancora ben compreso se tutta l’ avidità di sapere, di conoscere e comprendere, sia dettata dalla grande curiosità che ho sempre posseduto, dal bisogno di capire, dalla voglia di approfondire tutto ciò che mi attrae; oppure, se sia stata l’ unica panacea in grado di salvarmi letteralmente la vita, se vita si può definire, in questo folle luogo. Ogni attività che ho intrapreso in questi anni mi ha permesso di mantenermi lucido, concentrato, determinato. Anche se poi devo ammettere che i periodi bui ci sono eccome, e allora quando casco il botto lo sento sul serio, e ne esco con le ossa rotte. È complicato attribuire un preciso nome al malessere che si prova in quei momenti, il quale è un prodotto del proprio vissuto.

Sarebbe ipocrita assolversi sostenendo che una disgrazia può sempre capitare a chiunque, e che un errore, a volte, è solo un imprevisto sul cammino. Sarebbe inoltre quantomeno grave spacciare un omicidio per un incidente. Sta di fatto che per quanto io volessi soltanto difendermi, quella sera non avrei dovuto mettermi in una simile situazione, che mi ha rubato per sempre una parte di me, e ora sto pagando per aver provocato due decessi: per uno di essi mi hanno condannato gli uomini, ci faccio i conti ogni santo giorno, e se un Dio esiste tireremo le somme quando verrà il momento. Per l’ altra anima perduta, invece, esistono pene terrene indelebili, poiché si perde la propria vita quando se ne prende un'altra. È un’ affermazione sacrosanta, perlomeno per chi è in contatto con la propria, sopraccitata coscienza, ed io ne patisco le conseguenze quotidianamente.

Anche perché, per quanto uno possa impegnarsi, possa redimersi, rimane poi l’ inevitabile confronto con gli altri, con chi davvero nulla c’ entrava, con quella parte di famiglia che nonostante tutto ti sta vicino, non ti abbandona e ti aspetta. Ti chiedi spesso come diavolo facciano ancora a starti dietro, a perdonarti dopo ciò che hai provocato, a riparare le magagne che hai lasciato fuori e che da dove ti trovi non riesci a risolvere. E intanto gli anni passano e li vedi invecchiare, e i bambini crescono e gli amici si dissolvono. Ma loro continuano ad aspettarti, sempre più speranzosi e amorevoli. E allora ti chiedi se al loro posto avresti saputo donare così tanto amore incondizionato. Ma in fondo sai benissimo che una risposta non ce l’ hai, perché in certe situazioni ci si deve trovare dentro con entrambi i piedi per comprenderle; ma sai altrettanto bene che al posto loro non avresti forse avuto lo stesso coraggio di perdonare, di soffrire silenziosamente e poi attendere, e attendere ancora.

Ma quale perdono? Sii onesto almeno con te stesso: avresti reagito malamente - per usare un blando eufemismo - avresti voltato le spalle, non prima però di sceneggiate isteriche ipotizzando scenari apocalittici. No, tu non l’ avresti perdonata una simile follia, un danno tanto grave da condizionare le sorti di una famiglia intera. Nonostante ciò, questa lezione di dignitosa umiltà che ho imparato dai miei cari e da tutti coloro i quali mi stimano ancora ha sortito effetti positivi nella mia quotidianità, e mi è servita davvero: ora lo riconosco e ne sono ben consapevole. Rimane tuttavia il senso di vergogna che provo ogni qualvolta incrocio i loro sguardi; mi sento in colpa, non mi ritengo degno del perdono ricevuto, e probabilmente la vera croce che merito di portare addosso è proprio quella, e non sono la reclusione, le sbarre e il cemento, l'alienazione di questi posti e le discussioni insensate e la sporcizia e le risse e i lamenti e i pianti. Anche perché l'uomo è un animale adattabile: bene o male ci si abitua a tutto. A differenza delle bestie però, non potrò mai abituarmi alla vergogna, al senso di colpa, al continuo bisogno di essere perdonato. Perché in fondo la ricerca del perdono è una conseguenza a volte inconscia del più profondo bisogno di perdonare se stessi.

La mia vera necessità è esattamente questa. Ci sono voluti degli anni per comprenderlo: ce ne vorranno altri per accettarlo. Non è detto che riuscirò definitivamente a perdonarmi per tutto ciò che ho provocato. Per le conseguenze che ho generato. Per le lacrime che ho fatto versare. Per i parenti della vittima che avranno pianto anche loro chissà dove e chissà quanto in qualche remota terra straniera. E dunque, i già mai superficialmente citati sensi di colpa, i rimorsi, i malumori, convergono verso un unico catalizzatore; oppure, per gli amanti della matematica, assumono tutti il medesimo comun denominatore: il bisogno di perdono. Riuscire a perdonarsi a ogni costo, quanto più possibile, perché il baratro che conduce all'annientamento del proprio io è fin troppo ben presente. Ciò non significa dimenticare l’ accaduto, sminuire le colpe; al contrario, tutti i patimenti e i continui confronti con me stesso devono semmai sempre ricordarmi ogni sinistro avvenimento, per restare in guardia, per non scivolare nuovamente, attingendovi tutta la forza che mi servirà per ricominciare con nuovi obiettivi. Di frecce al mio arco me ne sono procurate parecchie durante questi anni, e ho arricchito notevolmente un bagaglio culturale e personale che mi tornerà utile in futuro. Anche perché mi è concesso un unico e ultimo cammino da percorrere al fine di ritrovar me stesso e poter scendere a patti con quella parte di me che stenta a perdonarsi. Quel percorso l’ ho tracciato durante questi anni di restrizione; ora non mi rimane che seguirlo.

La piena consapevolezza di ciò che è accaduto, delle cause che hanno generato la mia eccessiva reazione e il successivo lavoro improntato alla mia persona, sono gli ingredienti di un futuro che non voglio dissipare. Solo così ripagherò chi mi ha aspettato, chi ha creduto in me nonostante tutto. Solo così sarò davvero meritevole di quel bisogno di essere perdonato che ha alimentato la mia volontà, la voglia di continuare a vivere, la speranza di tornare da dove sono venuto per poter dimostrare che ho compreso, che sono maturato, che sono degno di essere perdonato.

Diego Zuin

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